Il secondo film da regista dell’attrice Maggie Gyllenhaal, dopo l’adattamento da Elena Ferrante de La figlia oscura che nel 2021 l’ha portata sino alle soglie del premio Oscar, è un curioso esperimento che sarebbe piaciuto allo stesso Dottor Frankenstein.
Riporta in vita infatti un personaggio solo abbozzato nel libro di Mary Shelley del 1818 e reso vivo dal cinema quasi un secolo dopo grazie all’interpretazione breve, ma memorabile di Elsa Lanchester nel film di James Whale del 1935. Ma le suggestioni e gli spunti non sono certo finiti, perché Gyllenhaal, anche sceneggiatrice, guarda curiosamente anche al musical classico di Fred Astaire e Ginger Rogers, alla fuga criminale di Gangster Story di Penn e in fondo anche al più recente dittico di Joker, con cui condivide produzione e cast tecnico, dal direttore della fotografia Lawrence Sher alla compositrice Hildur Guðnadóttir, ma soprattutto lo spirito ribelle e sovversivo.
Se l’incipit infatti si apre con Mary Shelley che rivendica il suo attivismo, la radicalità del suo pensiero e la necessità di un personaggio come La sposa!, il racconto ci porta nella Chicago dei gangster di metà anni ’30, dove l’ingenua Ida, delusa da un poliziotto con cui aveva cercato di incastrare il boss Lupino, appare come posseduta dallo spirito della scrittrice inglese e finisce per parlare troppo e finire con il collo spezzato in fondo a una rampa di scale.
Nel frattempo il mostro ripugnante creato da Frankenstein un secolo prima si aggira nella stessa città in cerca della Dott.ssa Euphronious, che sembra condividere lo stesso spirito pionieristico del suo creatore. A lei chiede di alleviare la sua tremenda solitudine, riportando in vita una donna che possa fargli compagnia, una sposa con cui condividere affetti e sentimenti.
Dopo un primo rifiuto, Euphronious si convince ad assecondare colui che chiama Frank. Riesumato il cadavere di Ida, con una enorme scarica elettrica le ridanno vita. Solo che la Sposa che riportano in vita è tutt’altro che decisa ad assecondare i desideri della creatura: grazie a una provvidenziale amnesia, anela a una libertà che non ha mai avuto, proclama un’indipendenza sentimentale che ha mai provato. La Sposa può dire e fare quello che vuole, mentre si accompagna a un altro paria della società, rifiutato da tutti.
Per salvarla da un tentativo di stupro, Frank uccide i suoi violentatori: i due sono costretti a fuggire lontano, prima a New York, poi attraverso l’America con l’unico conforto dei film di Ronnie Reed, un Astaire in sedicesimo, che la poliomielite ha lasciato con una gamba più corta dell’altra.
Sulle loro tracce gli uomini del Boss Lupino, increduli di dover uccidere due volte la stessa donna e il detective Willes che nella Sposa riconosce la defunta Ida. Assieme al poliziotto c’è una collega, la brillante Myrna Mallow, che nessuno prende sul serio tranne lui.
Gyllenhaal è arrabbiata. Furiosa come la sua protagonista. E costruisce un film tutto sopra le righe, urlato, esagerato. E lo riempie di troppe suggestioni diverse, convinta forse che l’impeto femminista, le sue buone ragioni e il desiderio di rivalsa siano sufficienti a trascinare il pubblico, facendogli dimenticare i pasticci di un copione sgangherato, di una direzione d’attori che esalta solo gli stereotipi dei suoi interpreti e di un montaggio che pare sia stato più volte rimaneggiato dopo infinite preview.
La sposa! nasce infatti a Netflix, ma quando la società di Sarandos rifiuta di assecondare il budget di 80 milioni preventivato da Gyllenhaal, quest’ultima si rivolge alla Warner di Abdy e De Luca, che si sta facendo la nomea di sostenere costosi progetti autoriali come Una battaglia dopo l’altra, I Peccatori, Mickey 17.
Il film ottiene il via libera ma poi qualcosa si complica perché il primo montaggio non soddisfa nessuno e Warner costringe Gyllenhaal a passare attraverso l’ordalia degli screening test nei multiplex in provincia, che la costringono a limare gli aspetti più espliciti del film, in termini di sesso e violenza.
Quello che rimane è un film che si vorrebbe esagerato, ma in cui le immagini nascondono pudicamente più che mostrare. La sposa! è un film che vorrebbe essere audace, ma che nasconde i mutandoni della nonna.
Quanto all’evidente e attualissimo afflato politico e femminista del film, tutto dalla parte delle ragazze usate e abbandonate come una commodity da uomini di potere a cui piace il silenzio, La sposa! non usa mai in un solo momento il fioretto, la sfumatura, la metafora. Gyllenhaal taglia con l’accetta i personaggi e le situazione, butta tutto in faccia allo spettatore, urla come urla la sua eroina – nel doppio ruolo de la sposa e di Mary Shelley.
Il risultato è quello di sprecare il talento dei suoi attori, costringendoli in un trucco prostetico esagerato, da fumetto, più che da romanzo gotico, assecondandone i vezzi più che i talenti. E allora il mimetico Bale è un mostro che ricorda quello di Boris Karloff piuttosto che la moderna incarnazione immaginata da Del Toro. L’espressività e la mimica di Buckley viene usata subito come unico linguaggio possibile per il suo personaggio, posseduto da una voce interiore fastidiosissima.
Ho come l’impressione che l’attrice irlandese, all’apogeo della sua carriera e in procinto di vincere l’Oscar per Hamnet, scelga quasi sempre (male) lo stesso personaggio: una vittima in cerca di rivincita, spesso umiliata, una donna che soffre un mondo patriarcale abusivo e violento. I suoi ruoli vorrebbero essere spesso esemplari, politici in senso ampio, riportando all’oggi tensioni e offese di un passato più o meno lontano. Accade in Sto pensando di finirla qui, in Men, Women Talking, ne La figlia oscura e naturalmente ne La sposa!. Mi pare tuttavia che il suo talento possa consentirle di uscire da questa sorta di cul de sac.
Annette Bening è poco più di una caricatura della scienziata folle e visionaria e Sarsgaard e Cruz hanno strumenti minimi su cui lavorare nel ruolo dei due detective, che citano La signora del venerdì, ma non hanno mai battute che si avvicino alla brillantezza dei dialoghi fulminanti della screwball scritta da Hecht e MacArthur. I personaggi femminili utilizzano almeno i costumi sensazionali di Sandy Powell per definire il proprio ruolo, ma a quelli maschili non tocca neppure questa fortuna.
Gli stessi elementi musical mi paiono inseriti a forza nel film, con questa fascinazione della creatura per l’attore del grande schermo, che rimane poco più che un ennesimo giochino citazionista.
Il film di Gyllenhaal rimane un lavoro acerbo, velleitario, confuso, che assale continuamente lo spettatore e i suoi sensi trovando alla fine solo rigetto.

