“Cime tempestose”

“Cime tempestose” **

Il terzo film da regista dell’attrice e sceneggiatrice londinese Emerald Fennell, premio Oscar per Una donna promettente, si confronta con il fantasma del capolavoro romantico di Emily Brontë, Cime tempestose.

Scritto nel 1847 all’apice del romanticismo gotico, per raccontare la storia di due famiglie, due magioni e due amanti irraggiungibili nel mezza della brughiera inglese, ha avuto infiniti adattamenti cinematografici e televisivi, tutti più o meno infedeli: molti hanno cambiato l’etnia di Heathcliff, quasi tutti si sono concentrati sulla prima parte del romanzo, pochi hanno rispettato l’età adolescenziale dei due protagonisti e l’alternarsi dei punti di vista dei diversi personaggi sulla storia.

Se il magnifico e umbratile adattamento di Andrea Arnold del 2011 è per molti versi il più vicino al lavoro brontiano ed al contempo il più visionario e materico, questa versione di Fennell, che quasi a giustificarsi ha messo il titolo tra virgolette, è lontanissima dall’originale e ha fatto sollevare più di qualche sopracciglio fin dal trailer e dal poster che richiama esplicitamente una celebre foto di Via col vento. 

La regista ha dichiarato di aver costruito il suo adattamento evocando le fantasie, i sentimenti e le atmosfere immaginate da giovane lettrice, incurante della correttezza filologica e animando un nuovo script impressionista per molti versi, in grado di stravolgere il racconto colmando i non detti, le omissioni e molto di quello che Brontë ha lasciato fuori dalle sue pagine.

Il film – che copre sostanzialmente gli eventi raccontati tra il quarto e il diciassettesimo capitolo – comincia con l’arrivo a Wuthering Heights del proprietario Mr.Earnshaw con un piccolo e silenzioso orfanello, che ha raccolto e adottato e che la figlia Catherine chiama Heathcliff.

Tra i due coetanei nasce col tempo un sentimento indissolubile che durante l’adolescenza diventa qualcosa di più forte. Nel frattempo Mr. Earnshaw si è giocato pian piano tutto il suo patrimonio, impoverendo la famiglia.

Quando i borghesi Linton, commercianti di tessuti, acquistano la proprietà più vicina a Wuthering Heights, Catherine si convince a sposarne Edgar, il primogenito, pur senza rinnegare i suoi sentimenti per rozzo e povero Heathcliff che tuttavia, ascoltando solo una parte delle confessioni della ragazza alla dama Nelly, decide di scappare lontano abbandonando la brughiera.

Quando Heathcliff ritorna a Wuthering Heights molti anni dopo è un altro uomo, deciso a tormentare Catherine e vendicarsi dei Linton, arrivando a sposare Isabella, la sorella di Edgar, per ingelosire la donna che ha sempre amato.

Fennell si affida ancora allo svedese Linus Sandgren (La La Land, American Hustle, No Time To Die), per immaginare una palette visiva completamente nuova per i due protagonisti del suo film. Gli eccessi pop non si contano, gli anacronismi neppure, in un trionfo di rossi squillanti e lucidi, pareti rosa, piastrelle candide negli interni e di nebbie e controluce negli esterni spesso piovosi.

La stessa scelta di immergere il film nelle musiche di Charlie XCX richiama evidentemente il tentativo di svecchiare il romanzo ottocentesco di tutto quello che l’ha reso famoso, per inseguire un pubblico che forse non l’ha neppure mai letto, ma che è sensibile a un immaginario visivo e musicale costruito a misura dei reel di Instagram.

Fennell, come già ci ha dimostrato con Saltburn, è abilissima in questo tipo di racconto che mescola stucchevolezze da antica nobiltà, lotta sociale e sensibilità contemporanee.

E non mancano pure momenti particolarmente riusciti nel film, come la scena della caviglia che Heathcliff afferra da sotto il letto o quella dei soldi raccolti da terra da Mr.Earnshaw davanti alla figlia.

Fennell non ha timori di sorta, indugia volentieri negli eccessi kitsch ed esplicita la dimensione sessuale che nel romanzo rimaneva inespressa, individuando pure in Nelly la vera villain di questa storia che manipola i desideri dei personaggi, ne tradisce la fiducia, gioca con i loro destini, tra omissioni, lettere bruciate, delazioni e bugie.

Se la coppia composta da Margot Robbie e Jacob Elordi sembra perfetta per il reparto marketing della Warner, in realtà nel film è davvero mal assortita. Non tanto e non solo perchè Heathcliff dovrebbe un zingarello, un “mostro”, mentre Elordi è una sorta di adone palestrato, anche con la barba lunga, ma perchè – forse anche per i ruoli interpretati sinora – non sembra mai poter avere la stessa età della coetanea Catherine.

Robbie è incantevole e vezzosa, ma non riesce a restituire appieno il carattere aspro e risoluto del personaggio, ancora accompagnata dalla nuvola rosa di Barbie, che qui è drammaticamente fuori luogo.

Gli altri personaggi sono puro contorno con Hong Chau nel ruolo di Nelly, trasformata da testimone a manipolatrice, da cui non c’è che attendersi invidia e malvagità.

Questo “Cime tempestose” promette uno scandalo che non c’è. Fennell sta ben attenta ai centimetri di pelle da mostrare e si affida alla viscosità delle uova o alla massa di un impasto per suggerire licenziosità che il film nega ai suoi personaggi, come in un adattamento degli anni ’50.

Quando Catherine si affaccia a casa dei Linton, Isabella sta raccontando a Edgar il Romeo e Giulietta di Shakespeare: in fondo questo “Cime tempestose” avrebbe potuto essere altrettanto (il)legittimamente una parodia di quella tragedia, tanto generico è parziale è lo spunto narrativo originario. O piuttosto di Lady Chatterley di Lawrence se volete un riferimento altrettanto legittimo.

Ma non si tratta certamente di una questione di fedeltà: in qualsiasi adattamento da un medium all’altro – e nel cinema in modo particolare – la fedeltà ha sempre avuto poco valore e nessuna utilità, rispetto all’interpretazione personale del regista e dello sceneggiatore.

Il problema di questo “Cime tempestose” è proprio nel lavoro di Fennell, patinato e vuoto ben oltre lo stile massimalista e sopra le righe della regista. Il mistero è perduto, così come il fascino maledetto della residenza degli Earnshaw che si ripercuote nei caratteri dei due protagonisti, incapaci di controllare le proprie pulsioni tempestose e i propri sentimenti, come in una sorta di maledizione. In un lavoro che avrebbe meritato uno sguardo capace di comprendere e illuminare il paesaggio della brughiera spazzato dal vento, la natura arcigna e complice, la regista sembra più interessata agli interni stilizzati di casa Linton, ai corpetti, ai nastri, ai tessuti.

Il film rende esplicita ogni cosa, sfronda, semplifica fino a banalizzare: la forza aspra di Wuthering Heights si trasforma in miseria e marciume, l’atmosfera placida e algida di Thrushcross Grange è invece ridotta a un trionfo di assurdità postmoderne. Manca poi del tutto l’elemento gotico, la voce dei fantasmi, lo strazio di un amore perduto che ritorna ossessivamente per l’eternità.

Nel tentativo di modernizzare e adeguare il romanzo alle esigenze di un pubblico nuovo, Fennell sembra voler ridurre tutto al grado zero. E per quello le virgolette non sono sufficienti.

Il pubblico femminile che affolla le sale, anche quelle italiane, sembra in ogni caso aver apprezzato. Ma a che prezzo?

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