Tangeri. Carlo ed Elisa sono in vacanza con gli amici Paolo e Anna e la figlia tredicenne Vittoria.
Sono due coppie stanche, sdrucite dalla vita. Carlo Ristuccia è un professore di filosofia fissato con gli addominali, che non riesce a scrivere il suo nuovo romanzo. Il tentativo frustrato di avere un figlio ha logorato il suo matrimonio. Da otto mesi tradisce la moglie Elisa, giornalista di costume, con una sua studentessa, Blu, che lavora part-time in un ristorante che tutti frequentano spesso.
Paolo è il loro miglior amico dai tempi del liceo, ma il suo matrimonio con Anna è messo a dura prova dall’isteria della moglie, ossessionata dal controllo sulla figlia Vittoria.
Il viaggio in Marocco dovrebbe aiutare tutti a cambiare scenario, a ritrovare quella serenità perduta.
Le tensioni tuttavia esplodono a cena già la prima sera e si amplificano quando improvvisamente appare nella casbah Blu, che pretende da Carlo che lasci la moglie una volta per tutte.
Tutto precipita quando Paolo scopre casualmente l’affaire tra il suo amico e la giovane studentessa e Anna trova conforto nei suoi pregiudizi e nelle sue paranoie, quando sia Blu sia Carlo sembrano possedere stranamente la stessa edizione di un libro di Stendhal.
Dopo la deviazione, già dimenticata, nel thriller con Fino alla fine, Muccino ritorna ai Ristuccia, alle coppie borghesi dilaniate da idiosincrasie e meschinità, ai segreti e alle bugie, al solito melò patetico di adulti mai cresciuti.
La trasferta nordafricana serve solo a movimentare un po’ l’ennesimo film romano in cui si confrontano le solite due coppie borghesi, la prima con velleità intellettuali, l’altra legata al commercio, entrambe afflitte dalla consueta infelicità codarda che si ripete di film in film in tutti i lavori di Muccino.
Si comincia a urlare dopo pochi minuti e le scene madri – scenate di gelosia, baci rubati, occhi gonfi di pianto, stanze d’hotel devastate – si alternano a sentenziosità ridicole e letterarie che suonano plausibili solo nei film di Muccino.
Siamo sempre dalle parti di L’ultimo bacio e Ricordati di me, di A casa tutti bene e Gli anni più belli, ormai un unico indistinto in cui si faticano a ricordare i contorni, tanto simili le vicende raccontate, identiche le dinamiche psicologiche evocate, ricorrenti persino i volti, come quelli di Accorsi e Santamaria, al quarto e quinto film assieme al regista romano.
Mai che a Muccino per una volta venga la curiosità di invertire il sesso dei fedifraghi o l’età delle conquiste. Se la società e i costumi sono in qualche modo cambiati negli ultimi trent’anni, nel suo cinema siamo sempre fermi.
Ci sarebbe poi da aprire una lunga digressione sul modo in cui la cultura e i libri vengono utilizzati dai suoi personaggi per attribuirsi uno status e per suscitare l’interesse altrui in modo sostanzialmente egoriferito.
Le cose non dette viene da un romanzo di Delia Ephron, la sorella meno nota della brillante Nora, che ha collaborato alla sceneggiatura, trasportando la storia da Siracusa a Tangeri.
Onestamente il suo contributo si nota pochissimo nella scrittura drammatica che sembra tutta farina del sacco-Muccino. Quanto alla cornice poliziesca del film, alimentata dalle confessioni dei personaggi a fuochi finiti, contribuisce al ridicolo involontario di un film talmente eccessivo e sopra le righe da lasciare sconcertati, soprattutto nella seconda parte in cui la confusione e il movimento sembrano le uniche direttive assegnate al montatore Claudio Di Mauro, che procede per accumulo fino a far letteralemnte scoppiare il film tra slow motion, soggettive, sguardi di macchina, dolly.
Muccino ha un’idea dei suoi coetanei romani piuttosto desolante: isterici, irrisolti, approfittatori, invidiosi, maniaci del controllo o remissivi sino all’annientamento, vanesi e superficiali anche quando hanno la casa piena di Adelphi. E non parliamo dei più piccoli, che qui ne escono ancora peggio, recettori dell’infelicità degli adulti, trasformata in ossessione e follia.
Accorsi ripete lo stesso personaggio di sempre tra l’altro proprio quello che peggio gli riesce, rinnovando le sue solite tre espressioni contrite. Santamaria ha il ruolo del compagno arrendevole: dopo due scene si capisce benissimo che scambierebbe volentieri la moglie depressa e disturbata Carolina Crescentini con la amorevole e comprensiva Miriam Leone, ma il film anche su questo punto resta ambiguo sino alla fine.
Le cose non dette è sinceramente un disastro, oltre ogni buona intenzione. Il melò è senza argini, la detection modesta, i personaggi detestabili, l’intreccio telefonatissimo, e sulle interpretazioni stendiamo un velo, con l’eccezione di Beatrice Savignani, una bella scoperta e l’unica capace di infondere un po’ di verità al suo ruolo.
La colonna sonora di Paolo Buonvino è invece molto efficace e sorregge il film almeno nella prima parte. Peccato per quegli inserti operistici, che piombano il film in sottolineature superflue nel prefinale.
Il successo di pubblico che sta riscontrando in sala è un dato da non sottovalutare: lo specchio rivolto da Muccino al suo pubblico è psicologicamente esatto? O forse i suoi film fanno discutere le coppie, dividono e in qualche modo alimentano un dibattito, che tuttavia è sempre lo stesso?
P.S. Che necessità c’era di nominare almeno cinque volte nel corso del film un noto ristoratore romano e il suo locale? O di mostrare la redazione e le copertine in bella vista di un settimanale di costume?


