Dopo la sua trilogia di Spider-Man, Sam Raimi ha lavorato pochissimo negli ultimi quindici anni.
Un film sul Mago di Oz piuttosto dimenticato, un Dottor Strange per la Marvel e… nient’altro.
Send Help è il suo primo film originale dai tempi del gustosissimo horror sociale Drag Me To Hell.
La storia di Send Help, scritta dagli sconosciuti Damian Shannon e Mark Swift è tutta contenuta nel trailer che avete visto in sala o su YouTube.
E non è neppure particolarmente originale: Linda, una manager bruttina e frustrata, una sgobbona di cui la sua società non riesce a fare a meno ma che il nuovo rampante CEO, Bradley, rifiuta di promuovere a vicepresidente, viene vessata e presa in giro dai suoi superiori fino a che l’aereo privato su cui viaggia assieme a loro precipita in mezzo all’oceano, nel corso di un viaggio di lavoro.
Lei e Bradley sono gli unici superstiti al disastro e si ritrovano su un’isola deserta. Ma Linda che ha sempre sognato di partecipare ad un survival show, conosce tutto quello che è necessario fare per sopravvivere: ripararsi dal sole, raccogliere l’acqua, procurarsi il cibo, accendere il fuoco.
Ben presto il CEO, che precipitando è rimasto ferito a una gamba, capisce che i rapporti sociali si sono ribaltati e sull’isola è Linda ad avere il potere.
Cosa succederà? Se avete visto Travolti da un insolito destino…, il suo remake americano o almeno Triangle of Sadness conoscete già la risposta.
E’ sempre la stessa. Raimi ci mette solo un po’ di azione e di sangue in più, con una caccia a un cinghiale selvatico particolarmente cruento e un paio di deviazioni dallo spartito che poco cambiano.
Il lavoro di Raimi è anche competente e ben impaginato, sconta tuttavia una coppia d’attori francamente modesti e di scarsissimo appeal, oltre ad un intreccio che dire telefonato è poco.
Si segue Send Help per simpatia, per amore verso uno degli ultimi maestri di quel cinema cinema che ha cominciato coi fratelli Coen e con la trilogia de La casa, perdendosi poi in franchise, remake e sequel sempre più stanchi, in cui a brillare è solo il suo professionismo e quel tocco ironico che mitiga l’orrore.
Critica sociale, ribaltamento dei ruoli, sessismo, capitalismo che include solo chi sa indossare la maschera di una bellezza standardizzata? Tutto giusto, ma Raimi arriva buon ultimo: la manifestazione è cominciata nel secolo scorso. Zemeckis e altri l’hanno raccontata da un pezzo.
E il film rimane schiacciato su un plot che inventa davvero nulla. Persino il finale viene dritto dritto dal film di Ostlund, che aveva almeno il pudore di lasciare l’isola come ultimo capitolo e di arricchire il confronto con la dimensione sessuale. Per non dire di Shyamalan e del suo Old, che sul cliché della spiaggia isolata ha costruito una riflessione completamente diversa.
La morale? Solo il delitto funziona come ascensore sociale.
Send Help è uno spettacolo modesto, ordinario da ogni punto di vista, che si dimentica un secondo dopo essere usciti dalla sala. Non c’è nulla che lavori con lo spettatore, nulla che rimanga con lui. That’s entertainment!
Basterà a giustificare la sua uscita in sala?

