Film di chiusura della Quinzaine, premiato al Sundance per la sceneggiatura e nominato a 4 Independent Spirit Awards e ai Golden Globe per l’interpretazione di Eva Victor, qui al suo debutto anche come regista, Sorry Baby è stato distribuito da A24 negli USA in estate e arriva solo ora in Italia grazie ad I wonder.
Figlio di quella cultura indie ombelicale, che rende insopportabile e fasulla anche l’esperienza cinematografica e umana più autentica, il film ruota tutto attorno alle ansie della protagonista, Agnes, neo-professoressa di letteratura alla piccolissima università di Fairpoint, nel New England rurale.
Agnes riceve la visita di Lydie, compagna di corso tre anni prima, trasferitasi a New York, che le comunica di essere incinta, grazie alla fecondazione assistita.
Scopriamo che Agnes vive in una casa di campagna in mezzo al nulla, con l’unica compagnia del vicino Gavin, tanto remissivo e impacciato da assomigliare ad un incrocio impossibile fra un toy boy e un peluche, capace di assecondare a comando ogni desiderio affettivo e sessuale della protagonista.
La storia poi fa una lunga deviazione nel passato, raccontando senza mostrare nulla, la violenza subita da Agnes da parte del suo professore di tesi, le sue difficoltà nel venire a patti con il trauma, il rifiuto di denunciare e poi la sfiducia totale nel sistema giudiziario, quindi la scelta superficiale dell’università di assegnarle lo stesso studio del docente che aveva accusato.
Sorry Baby ritorna sull’orrore dell’abuso, sulle sue conseguenze psicologiche, sull’invincibilità del trauma subito, sulla stessa difficoltà a identificarlo, in un contesto chiuso come quello universitario, in cui il rapporto gerarchico è di per sé abusivo.
E’ il secondo film della stagione che racconta la medesima storia, ma diversamente da After the Hunt di Guadagnino, qui la protagonista sembra rinchiudersi in se stessa, affrontando la violenza sostanzialmente da sola.
Il sistema universitario rimane sullo sfondo, il colpevole esce di scena immediatamente e non lo vedremo più, non c’è scrutinio pubblico, non ci sono conseguenze professionali. Il focus è interamente puntato sulla vittima.
Ma Victor sembra interessata a costruire un ritratto più rotondo del suo personaggio, schiacciato sì nel suo ruolo di vittima sotto il profilo psicologico, ma anche capace in qualche modo di mantenere i rapporti con l’amica Lydie, con il vicino Gavin, con la collega invidiosa Natasha.
Qua e là emergono anche toni da commedia, ma fin troppo timidi, per smorzare il dolore muto che avvolge film e protagonista, sempre sull’orlo della depressione.
Solo che il film è così chiuso in se stesso, nel suo piccolo mondo queer universitario e generazionale, da lasciare completamente indifferenti, se non per un sentimento di umana pietas.
La protagonista vive in retromarcia, sempre sulla difensiva, sempre in remissione, incapace persino di urlare il proprio disagio. Figlia di una generazione fragilissima psicologicamente e sentimentalmente.
Sorry Baby è troppo inconsistente e allo stesso tempo esemplare sino allo sfinimento. La scena della selezione della giuria in tribunale, quella in ospedale, quella della lettura di Lolita o quelle con Gavin appaiono così forzate e letterali da rivelare una scrittura ancora piuttosto acerba.
I riferimenti letterari a Joan Didion, Vladimir Nabokov e James Baldwin si confondono con quelli a scrittori contemporanei come Ottessa Moshfegh o con i quelli alla scrittura affilata di Phoebe Waller-Bridge, che resta un riferimento d’elezione. Eppure la dimensione letteraria mi pare rimanga un elemento di sfondo un po’ pleonastico piuttosto che una riflessione capace di coinvolgere la struttura del racconto cinematografico.
La stessa confusione psicologica della protagonista è una condizione assai frustrante sullo schermo, soprattutto quando la violenza che la scatena è stata completamente rimossa dal racconto, con una scelta peraltro molto interessante, ma non funzionale all’immedesimazione con il trauma della protagonista.
Peraltro la camera fissa e il campo lungo sulla casa del professore sono l’unica vera idea di regia in un film che si limita poi ad impaginare in maniera invisibile le interpretazioni degli attori.
Negli USA il film ha raccolto 2,4 milioni di dollari al box office. Funzionerà meglio da noi?


