L’esordio nel lungometraggio del talentuoso Virgilio Villoresi è ispirato al Poema a fumetti, scritto da Dino Buzzati nel 1969 e adattato per il cinema assieme a Alberto Fornari.
In una Milano metafisica e deserta, tutta ricostruita in studio tra suggestioni liberty e uno spleen notturno e onirico, il pianista Orfeo è affascinato sin da bambino dal mistero di una villa che sorge davanti casa sua.
Una sera al Polypus, dove si esibisce, incrocia il suo sguardo con la ballerina Eura Storm: il sentimento è fulmineo, totalizzante, eppure brevissimo, perché la donna nasconde un segreto che spingerà Orfeo ad attraversare la soglia di quella villa su via Saterna, su cui ha sempre fantasticato.
Lo attende sulla soglia l’Uomo Verde, all’interno incontra creature dei sogni, come le Melusine, gli scheletri marcianti, il Mago dei Boschi, un diavolo che ha la forma di una Giacca. Ma dov’è Eura?
Attraversata la soglia il film diventa un caleidoscopio di visioni estemporanee, in cui il protagonista rimane come intrappolato.
Il mito classico si fonde a suggestioni del cinema delle origini con animazioni a passo uno, sfondi di cartapesta, miniature, found footage e pellicola 16mm, tutto un campionario artigianale che richiama Cocteau, Švankmajer e Burton, tanto quanto il suo lavoro precedente di film maker.
Villoresi non sembra molto interessato a costruire una dimensione psicologica per i suoi personaggi, quanto piuttosto a lasciarli in questo limbo metafisico in cui le regole della logica sfumano in quelle della fiaba.
Se le immagini sfondano continuamente i confini del possibile, accumulando frammenti e percorsi che arrivano dal passato del cinema, come dalle avanguardie storiche surrealiste, lo stesso accade nella colonna sonora che mescola Piero Piccioni con gli Y Pants fino al prog gotico degli Jacula.
Luca Vergoni ha spalle ancora troppo fragili per sostenere la sospensione dell’incredulità che il film costantemente richiede. Peccato invece che Giulia Maenza appaia troppo poco, in un ruolo più ricordato che vissuto.
Orfeo non assomiglia quasi a nulla nell’odierno panorama del cinema italiano e seppure molto acerbo e marginale, si ritaglia uno spazio – alla Mostra di Venezia e poi in sala – del tutto peculiare e inconsueto, che non lascia indifferenti.
Spettrale.

