C’era una volta un giovane e brillante studente di medicina che, dopo la laurea ad Harvard e un periodo di apprendistato al Salk Institute di La Jolla, decide di abbandonare la carriera, per dedicarsi alla scrittura e al cinema. Il successo del romanzo Andromeda lo spinge a continuare e nel 1970 pubblica una raccolta di racconti, ispirati alla sua esperienza medica, Casi di Emergenza.
Dopo averla trasformata in una sceneggiatura, per oltre vent’anni cerca inutilmente di portarla sullo schermo, nonostante la sua carriera di romanziere, sceneggiatore e regista continui in modo sempre più significativo.
Quello studente si chiama Michael Crichton.
Nei primi anni ’90 Steven Spielberg si interessa al suo lavoro, sembra pronto a portare sullo schermo il suo procedural medico, ma poi è incuriosito da un altro progetto di Crichton sui dinosauri. Il resto è storia.
La Amblin decide di produrre anche la sceneggiatura del 1974, ambientata in un pronto soccorso, trasformandola nel pilota di una nuova serie per la NBC, intitolata E.R. e affidata a John Wells, nel ruolo di produttore esecutivo.
Il debutto del 19 settembre 1994, in contemporanea al Monday Night del football sulla ABC, è il preannuncio di un disastro. Il pilota di due ore vince invece la serata e convince la NBC a spostare le altre puntate al giovedì sera dove la serie esplode e fa la storia della serialità americana: Quentin Tarantino dirige il penultimo episodio a maggio, George Clooney diventa una superstar anche a cinema e la serie prosegue tra cambi di cast e scelte più conservative per quindici stagioni, sino al 2009, ribaltando le logiche del medical drama e privilegiando, soprattutto nelle stagioni iniziali un approccio completamente originale, in cui l’arco narrativo orizzontale – personale e sentimentale – dei personaggi rimane spesso sullo sfondo in favore dei casi medici e delle micro-storie verticali di puntata.
L’accuratezza del lessico scientifico, delle procedure e l’iperrealismo adrenalinico della messa in scena, tipico del cinema d’azione, contribuiscono a fare di E.R. un punto di riferimento imprescindibile in quella che sarebbe presto diventata la prima età dell’oro della televisione americana, che da Twin Peaks ci porta verso la rivoluzione dei Sopranos e poi di Lost.
The Pitt, prodotto da HBO, si pone per molti versi come l’erede spirituale di E.R.: il canadese R. Scott Gemmill che l’ha ideata è stato scrittore e produttore di E.R. dalla sesta stagione, John Wells stesso l’ha prodotta e ha girato il primo e l’ultimo episodio di questa prima stagione, mentre il protagonista e produttore Noah Wyle – oggi nei panni del Dott. “Robby” Robinavitch, capo del Pronto Soccorso del Pittsburgh Trauma Medical Center – è lo stesso attore che trent’anni fa interpretava il giovane tirocinante John Carter nel primo episodio di E.R e poi per undici stagioni e nelle puntate finali.
Ma non è solo il fortunato ritrovarsi del medesimo gruppo di lavoro a rappresentare un ponte tra le due serie, quanto il modello stesso di medical drama, che E.R. aveva rifondato trent’anni fa, a ritornare sapientemente in The Pitt, con la stessa attenzione documentaristica ai casi medici, alle procedure, al linguaggio specialistico, utilizzati per costruire un racconto continuamente frammentato, rapsodico, in divenire.
Con l’intenzione di aumentare il realismo della messa in scena, The Pitt è ambientato nel corso di un’unica giornata di lavoro, dalle 7 alle 22, dedicando ciascun episodio ad una singola ora del lunghissimo turno che coinvolge il Dott. Robby, i suoi colleghi, i giovani e giovanissimi tirocinanti, le infermiere e il personale paramedico del Pronto Soccorso.
Anche in questo caso l’ispirazione sembra provenire da quella stessa lontana stagione televisiva, tra 24 e il sesto episodio dell’undicesima stagione di E.R., Time of Death con Ray Liotta.
Diversamente da E.R., in questo pienamente figlio del postmoderno degli anni ’90, The Pitt utilizza prevalentemente il montaggio per costruire la progressione drammatica dei suoi episodi, preferendo uno stile piano e invisibile nella messa in scena, luci asettiche e affidandosi molto alla compattezza del cast, con una dozzina di personaggi principali continuamente coinvolti e sollecitati dalla scrittura di puntata e di serie.
Il set stesso è molto diverso: la geografia qui è molto più semplice e lineare. Dopo il triage con la sala d’aspetto, il P.S. si sviluppa attraverso una grande hall centrale, immersa nel bianco abbacinante delle pareti e degli schermi onnipresenti e in una corona di sale, da cui i personaggi entrano ed escono con grande velocità.
Se il tentativo evidente è quello di scattare una fotografia il più possibile definita della vita in pronto soccorso, con i personaggi costretti a fare i conti con le ristrettezza di budget e di personale, il coordinamento dell’attività frenetica continuamente in apnea, il manifestarsi implacabile del destino e della morte, il senso di sconfitta e d’impotenza, il peso di traumi passati e di scontri recenti, il pensiero costante di mollare tutto, The Pitt ci riesce perfettamente, soprattutto grazie all’infaticabile Dott. Robby.
Il protagonista è evidentemente un medico idealista e gentile, che dedica tutto il suo tempo a quella che appare una missione più che una professione. Il privato irrompe in un’unica occasione, ma è solo per mostrarci quanto disastrata e precaria sia la sua vita fuori dall’ospedale.
Fin dall’inizio per il Dott. Robby si tratta di una giornata speciale, perché è quella dell’anniversario della morte per Covid del suo mentore: afflitto dai sensi di colpa che assumono la forma di un incubo ricorrente, gestisce in modo un po’ troppo paternalista e didascalico alcuni momenti chiave del racconto, appesantendo inutilmente il racconto. E’ forse la parte meno interessante della caratterizzazione del personaggio, sin troppo dolente angelo custode delle anime che transitano nel purgatorio del pronto soccorso del suo ospedale.
E’ curioso tuttavia come il successo del suo personaggio appaia in lieta controtendenza con l’immaginario contemporaneo che gli Stati Uniti di Trump vorrebbero propagandare: Robby è compassionevole, paziente, capace di perdonare e di confortare, attento alla funzione didattica del suo ruolo e sempre vicino ai pazienti con ironia e amorevolezza, con senso di giustizia e sensibilità, rigido sui principi e incapace di piegarsi a logiche di puro profitto, che la responsabile dell’ospedale continuamente gli ricorda.
Sotto il profilo narrativo la serie non si fa mancare nulla: nel gruppo dei protagonisti c’è chi ruba medicinali per coprire una preoccupante dipendenza, chi viene aggredito da un paziente insoddisfatto, chi è un piccolo genio precoce afflitto dal confronto con i propri genitori, chi deve affrontare il fallimento di una maternità voluta e mai raggiunta, chi ha lavorato in zone di guerra ed è ancora incapace di reinserirsi nella realtà ordinaria, chi ha problemi familiari che interferiscono continuamente, chi è troppo ambizioso e chi lo è troppo poco, chi perde troppo tempo a dialogare con i pazienti e chi ha l’assillo di far crescere i propri numeri e la propria efficienza.
Tuttavia le sottotrame non finiscono mai per prevalere o imporsi sul racconto di puntata, essendo intimamente legate alla dimensione professionale del percorso dei personaggi.
The Pitt assume così un valore evidentemente anche politico, mostrando senza filtri, tutte le questioni aperte della sanità americana e della società tout court, gli interrogativi etici e il confronto con la contemporaneità, dai pazienti che pretendono di curarsi con Google ai crimini d’odio, dalla cultura incel fino ai mass shooter e all’emergere preoccupante delle dipendenze da oppioidi.
La serie non è timida nel mostrare le diseguaglianze di accesso tra pazienti e anche tra gli stessi tirocinanti, le barriere linguistiche esistenti in una popolazione in cui gli immigrati sono presenza necessaria, la fatica insormontabile che porta al burnout e a cercare scorciatoie farmacologiche.
Come di consueto nei prodotti HBO, il realismo non esclude immagini particolarmente cruente ed esplicite.
Ciascuno ha una storia che nelle quindici ore della serie avrà modo di farci conoscere, arricchendo la trama di puntata e facilitando l’ingaggio emotivo con i personaggi.
La serie ha debuttato a gennaio 2025 su HBO Max ed è stata rinnovata per una seconda stagione che sarà rilasciata a gennaio 2026 – ambientata nel corso dell’Independence Day – dopo aver vinto cinque Emmy tra cui quello per la miglior serie drammatica e per il migliori attori con Noah Wyle, Katherine LaNasa e Shawn Hatosy.
DURATA MEDIA DEGLI EPISODI: 50 minuti
NUMERO DEGLI EPISODI: 15
DISTRIBUZIONE STREAMING: HBO Max, Sky
GENERE: Medical Drama


