Il documentario che la regista Rebecca Miller, figlia del celebre commediografo e moglie di Daniel Day Lewis, ha dedicato a Martin Scorsese è uno straordinario viaggio in cinque puntate nell’universo creativo del grande newyorkese con un solo limite evidente: è sin troppo breve.
Dopo le cinque ore di Mr. Scorsese avremmo volentieri voluto vederne altre cinque, altre dieci forse, perché inevitabilmente il lavoro di Miller si sofferma di più su alcuni progetti e meno – o nulla – su altri, perché pur recuperando interviste storiche e lavorando ex novo con alcuni dei testimoni pubblici e privati dell’epopea di uno dei più grandi registi americani del Novecento, troppe cose restano sullo sfondo, inghiottite dalla velocità del racconto e dalle preferenze legittime dell’autrice.
Il primo episodio ad esempio è un diario di bellissime note biografiche che ci accompagnano nel Lower East Side in cui Scorsese è nato e in cui è dovuto tornare da bambino, dopo un breve soggiorno in un altro quartiere di New York, chiuso in modo umiliante e drammatico.
Alcuni amici e osservatori vi leggono in questa sorta di cacciata dal “paradiso”, uno dei temi forti del suo cinema, la sua prospettiva da outsider, i suoi antieroi incapaci di adattarsi al contesto ambientale.
La sua infanzia è stata segnata dalla violenza osservata per le strade, là dove le “cinque famiglie” scaricavano i corpi delle vittime delle loro faide. Ed anche questo deve aver avuto un peso nella sua formazione e nel suo racconto di comunità soffocanti.
Le interviste agli amici di un tempo sono illuminanti: l’asma, il cattolicesimo, il seminario, l’amore per il cinema e la musica rock in qualche modo salvano il piccolo Martin da una vita criminale, come in fondo i suoi primi lavori testimoniano in modo molto evidente.
E quando in parallelo all’incontro con Robert De Niro, cresciuto a pochi isolati di distanza, emerge il personaggio su cui Scorsese ha modellato il suo Johnny Boy di Mean Streets il documentario si fa improvvisamente vertiginoso e illuminante.
Spielberg, Schrader e De Palma, amici e colleghi di una vita, compaiono spesso a punteggiare il racconto nel ruolo di un coro che contrappunta le osservazioni di Scorsese, ricostruendo da altri punti vista quei rutilanti anni ’70: dalla pistola acquistata per salvare Taxi Driver dai possibili tagli dei produttori dopo aver ricevuto una X dalla censura, alla droga che scorreva a fiumi sul set di New York New York, fino alla rinascita con Toro Scatenato, nel momento più difficile della sua vita personale, tra overdose, crolli, divorzi e un’aggressività sregolata.
In modo molto significativo appaiono le sue tre figlie, avute in momenti diversi e le sue tante mogli, compresa Isabella Rossellini, che ha condiviso con Scorsese gli anni creativamente più formidabili, ma anche quelli personalmente più problematici.
Meno noto il ruolo di John Cassavetes – nume tutelare del cinema indipendente americano – nell’indirizzare e sostenere il suo lavoro agli inizi dopo Boxcar Bertha girato con Corman.
La seconda puntata è quasi interamente dedicata a Taxi Driver e Toro Scatenato.
E qui il film non vuole nascondere nulla, ricordandoci che persino la celeberrima scena di Pulp Fiction con l’iniezione di adrenalina nel cuore, è in fondo una citazione del suo American Boy: A Profile of Steven Prince.
La terza puntata che si conclude con la lavorazione travagliatissima di L’ultima tentazione di Cristo e le enormi polemiche che i gruppi religiosi americani avanzarono contro di lui, senza aver neppure visto il film, è la chiusura di un cerchio personale e biografico, che tanto ha influenzato il suo cinema.
Nella quarta il racconto si sofferma sui capolavori della maturità, Quei bravi ragazzi e Casinò, in cui si incastra L’età dell’innocenza, brutale e feroce nel descrivere un microcosmo sociale e culturale non meno violento di quello narrato nelle sue epopee criminali.
Gli insuccessi di Kundun e Al di là della vita e l’incapacità di ottenere finalmente quel riconoscimento agli Oscar che tanto aveva ricercato sin dall’inizio della sua carriera, sembrano chiudere su una nota cupa il suo viaggio cinematografico a fine secolo.
Poi De Niro gli suggerisce di parlare con un giovanissimo attore, conosciuto sul set di Voglia di ricominciare.
E così l’ultimo capitolo è interamente dedicato al rapporto e ai film interpretati da Leonardo DiCaprio. Da Gangs of New York, sognato sin dagli anni ’70, passando per The Aviator e quindi per The Departed, che gli consente finalmente di raggiungere quell’Academy Award tanto meritato.
La depressione che ritorna sul set di Shutter Island è solo il preludio al suo più grande successo commerciale, The Wolf of Wall Street.
Di The Irishman, Silence e Killers of the Flower Moon non abbiamo che qualche scampolo, nulla su Hugo Cabret. Così come nessuno spazio è lasciato ai pregevoli progetti televisivi (Boardwalk Empire, Vinyl) e – con l’eccezione di Woodstock e The Last Waltz – ai tantissimi documentari musicali che pure hanno avuto un ruolo centrale nel lavoro di Scorsese sino ad oggi.
Chi si aspetti aneddoti sull’incontro con Jack Nicholson o con il venerabile Paul Newman e il giovanissimo Tom Cruise sul set de Il colore dei soldi resterà deluso.
Così come quelli che avrebbero voluto ricordare il sodalizio ricorrente con Giorgio Armani, la sua interpretazione in Sogni di Kurosawa o il curioso trittico di New York Stories con Coppola e Allen, in cui il segmento affidato a Scorsese brilla come uno dei lavori maggiori dei suoi anni ’80.
Fra i collaboratori interpellati emerge naturalmente Thelma Schoonmaker, inseparabile dalla sua moviola, ma quasi nulla viene lasciato ai suoi direttori della fotografia, da Chapman a Ballhaus, da Richardson a Prieto, così come ai grandi sceneggiatori che hanno lavorato assieme a lui, da Logan a Zaillian e Monahan, da Winter a Cocks, fino a risalire all’armeno Mardik Martin, compagno di corso alla NYU.
Ma l’abbiamo scritto sino all’inizio che se questo documentario ha un limite è forse quello della brevità, lasciando troppe curiosità inappagate.
Il finale è di nuovo segnato da una commovente nota biografica, come a chiudere un cerchio ideale aperto con le immagini del piccolo Martin.
Consigliatissimo.
Su Apple Tv+ da oggi.


