Quando un software militare chiamato Severus viene trafugato, l’agente George Woodhouse, specialista della macchina della verità, è incaricato dal suo superiore Meacham di scoprire la talpa. Cinque agenti dell’MI6 sono sospettati: la moglie di George, Kathryn, l’esperta di immagini satellitari Clarissa e il suo compagno Freddie, la psichiatra dell’agenzia Zoe e il suo amante James.
Il nuovo film di Soderbergh ruota attorno a questi sei personaggi, tre coppie sul lavoro e nella vita. Più un settimo, il direttore Stieglitz, che sembra operare nell’ombra con obiettivi mai dichiarati.
Metti una sera a cena: George invita i cinque sospetti a casa sua, droga un po’ il cibo per abbassare le inibizioni dei commensali e li impegna in un gioco infantile che finisce per smascherare tradimenti e rimorsi personali, senza svelare nulla della talpa.
Nel frattempo George trova un biglietto del cinema sospetto nel cestino di casa sua e James lo informa di un conto sospetto in Myanmar dove sono depositati 7 milioni di sterline che potrebbero essere ricondotti a sua moglie Kathryn. Grazie a Clarissa, George usa i satelliti spia per rintracciarla a Zurigo, assieme ad un operativo russo, in una situazione molto sospetta.
Mentre gli indizi convergono su Kathryn, il rapporto personale solidissimo e simbiotico con George sembra soffrire per la prima volta di crepe sempre più profonde…
Steven Soderbergh organizza un thriller di spionaggio che definiremmo dry come il miglior martini.
La sceneggiatura scritta dal maestro David Koepp (Mission: Impossible, Carlito’s way, Cattive compagnie, Panic Room), è costruita tutto attorno alle parole: parole che dissimulano, parole che tradiscono, parole d’amore e di vendetta.
Non c’è sostanzialmente nessuna scena d’azione in questo film parlato, in cui i personaggi si muovono pochissimo. Tutte le grandi sequenze su cui è costruito il copione vedono i personaggi seduti: le due cene a casa di George e Kathryn che aprono e chiudono il film; il debriefing con Stieglitz in cui George comprende di essere stato messo in mezzo; la panchina su cui Kathryn prende contatti con un operativo russo e il pranzo in cui Kathryn informa Stieglitz di aver vanificato le sue mosse, quindi il test con il poligrafo amministrato da George agli altri sospetti. Persino le due uscite in barca sul lago di George con James, vedono i personaggi isolati e seduti in mezzo al nulla, così come le sessioni nello studio di Zoe.
Subito dopo il prologo che vede la macchina da presa inseguire George nei meandri di un locale notturno sino a trovare il suo capo Meacham, il film sembra negare ogni movimento, preferendo il gioco intellettuale all’azione.
I personaggi si muovono come pedine in una scacchiera, con mosse repentine, in mezzo a lunghi periodi di stasi.
Soderbergh spiazza le attese, asciugando la storia di ogni deriva spettacolare, cercando invece una verità in personaggi che mentono continuamente per abitudine e per mestiere. Il fatto che quasi tutti siano coinvolti sentimentalmente tra di loro, mette in discussione i rapporti di fedeltà professionale e assieme la fiducia personale, mentre l’ansia monta quando si presume di essere traditi o manipolati, non solo nella propria carriera, ma anche nella vita.
E’ curioso come dietro le forme di un film di spionaggio, Soderbergh continui a fare il suo cinema di parola e ad usare la carta abrasiva sulle relazioni sentimentali e personali, un full frontal sulla coppia nel mondo contemporaneo, diviso tra intimità e dimensione pubblica.
Questa volta il regista però decide di uscirne con una sorta di apologia del legame matrimoniale, ultimo baluardo in un mondo che ha perso ogni coordinata morale. Non è un caso infatti che l’unica coppia salda, sia quella ufficiale, mentre le altre si sfaldano desolatamente. Ed è proprio quella coppia a riprendere le redini del gioco anche a livello professionale, confidando l’uno nell’altra, per scardinare le doppiezze della vita da spia, come accade nelle più classiche commedie hollywoodiane sul “rimatrimonio”, per dirla con Stanley Cavell.
Forse al film manca un po’ di ritmo, soprattutto nella prima parte e i dialoghi scritti da David Koepp avrebbero dovuto essere recitati alla velocità che Fincher aveva imposto a quelli di Aaron Sorkin, in modo da farli sembrare colpi di fioretto scambiati in pedana in un attacco senza sosta.
Invece l’andamento compassato che il regista ha imposto al suo film sembra essere fin troppo british, anche se rimane compresso in appena 94 minuti.
La parabola perfettamente circolare dei Woodhouse soddisfa pienamente lo spettatore senza lasciare angoli bui.
E lo fa anche grazie alle interpretazioni di un cast impeccabile, che sfrutta pienamente il glamour naturale di ciascuno dei personaggi e spesso usa gli stereotipi dei ruoli precedentemente interpretati, contro di loro: Fassbender diventa così il rigidissimo e stolido George, Blanchett dona alla sua Kathryn la morbidezza e l’intelligenza di chi sembra avere sempre la guida del gioco, mentre Pierce Brosnan, azzimatissimo ex 007, è costretto ad abbozzare, di fronte alla determinazione di chi lotta per salvare se stesso e la propria famiglia, al contempo.
Gli sguardi, i brevi duetti tra i Woodhouse, spesso in camera da letto, sono il sale del film, come se ci trovassimo ancora nella Hollywood dello star system, in una commedia diretta da Howard Hawks.
La sceneggiatura costruisce anche i personaggi minori con una certa precisione psicologica, che non li schiaccia negli stereotipi di genere e così consente anche a Tom Burke, Marisa Abela, Naomie Harris e Regé-Jean Page di brillare in un film tutto pensato per funzionare in modo corale.
Come al solito Soderbergh si occupa sotto pseudonimo anche della fotografia lattiginosa e calda, soprattutto negli interni notturni, e del montaggio del film, che forse avrebbe meritato una colonna sonora meno minimale di quella composta da David Holmes.
Il film è delizioso, leggero, old style, essenziale. Non perdetelo.

