E’ la sera del primo appuntamento di Piero e Lara: lui professore quarantenne di liceo divorziato e con figlia, lei trentenne single, restauratrice di mobili, alternativa.
Lara l’ha invitato a cena a casa sua la sera del derby Roma-Lazio. Piero si presenta con il gelato e un mazzo di margherite. Mangeranno lasagne e berranno vino, verranno interrotti da una telefonata di Rosa, la figlia di Piero, e dall’improvvisata dell’ex di Lara, che le consegna un enorme pacco che si rivela, alla fien di una lunga matrioska, un anello di fidanzamento.
Solo che quello che noi vediamo sullo schermo è mediato dalle quattro personalità che abitano nella testa di ciascuno dei due personaggi. Il coro di indecisioni, desideri, frustrazioni e romanticismo guida le loro parole e le loro scelte durante la serata.
Paolo Genovese, una vita da filmmaker prima con Luca Miniero e poi in solitaria, benedetto dal successo di Immaturi (2010) prima e poi da quello sensazionale di Perfetti sconosciuti (2016) riprova la formula che spesso nel suo cinema ha funzionato egregiamente: una situazione ordinaria ma promettente, una spruzzata di psicologia facile, i toni da commedia di costume, un intreccio che cerca il mistero suscitando discussioni e confronti, spingendo così il pubblico a interrogarsi una volta finito il film, sul presupposto che tutti possano trovare una posizione facile da sostenere.
Dopo qualche notevole passo falso come The Place e Il primo giorno della mia vita, con Follemente Genovese sembra aver ritrovato la formula giusta. Per farlo ha dovuto convocare mezzo cinema italiano, componendo un cast di dieci co-protagonisti a cui affidare una sorta di pièce teatrale, tutta in una stanza. Anzi in tre stanze, perché oltre al lavatoio riconvertito in cui abita Lara, ci sono i due spazi che occupano i quattro sentimenti che agitano la testa dei protagonisti.
Siamo di fronte ad un testo di pura scrittura per la scena, che fa del dialogo la sua unica arma, affidando al confronto tra caratteri, alla simpatia degli interpreti, all’efficacia della continua interazione tra i due team in azione, tutto il sale di una storia che di per sé è invece minima.
Ed è proprio questo il punto: quello che accade a Piero e Lara è semplicissimo, scontato, assolutamente ordinario e prevedibile. Nulla viene a turbare minimamente il canovaccio essenziale e un po’ tristanzuolo che i due sono costretti a giocare.
Tutto il divertimento dovrebbe essere riservato all’artificio delle due squadre che si occupano di selezionare le risposte giuste, gli attacchi migliori, le aperture ad effetto. Ma le battute non mordono davvero, qualsiasi tema controverso è accuratamente evitato, tantomeno la politica, persino lo spunto del derby di Roma – che si gioca proprio in contemporanea alla cena organizzata da Lara – viene messo tra parentesi subito: le passioni sono abolite, gli entusiasmi sopiti.
Su tutto prevale una mediocrità comoda e di comodo, ben rappresentata dalla moltiplicazione dei sofà e dei salotti su cui i personaggi – quelli veri e quelli ideali – restano costantemente seduti, come ha scritto con la consueta acutezza Massimiliano Martiradonna dei Dikotomiko.
Genovese ha detto di aver avuto l’idea da una propria campagna pubblicitaria per il canone rai di una ventina di anni fa, ma è del tutto evidente che il film sia una sorta di versione live action e per adulti di Inside Out, in particolare del sequel in cui i due team si confrontano sulla consolle dei sentimenti della protagonista.
Pur assicurando a Genovese il beneficio del dubbio sulla sincerità delle sue ispirazioni, il risultato parla, le somiglianze con il classico Disney sono filosoficamente impressionanti e la distanza degli esiti piuttosto imbarazzante. Tanto funambolica e profonda la riflessione di Pete Docter e degli altri co-autori sul comportamento, tanto banale e superficiale quella di Genovese, Costella e degli altri sceneggiatori di Follemente.
Ad un certo punto Piero cita la leggerezza delle Lezioni americane di Calvino. Purtroppo il film non la raggiunge mai, rimanendo per un verso chiacchiera da cazzeggio e piombando il semplice intreccio di una pesantezza inattesa, per l’altro. Le istanze della modernità tra femminismo, genitorialità, ruolo della famiglia, sessualità consapevole, rimangono a livello di battute piazzate retoricamente per strappare qualche risata, mai davvero cattiva.
Il film è un po’ inerte, immobile, come i suoi personaggi, che non fanno mai nulla di inaspettato. Dei due protagonisti alla fine ci importa il giusto e qualche sorriso ce lo strappano solo i loro sentimenti, soprattutto in un paio di momenti indovinati come nella scena della cyclette o in quella dell’idillio cantano all’unisono con Somebody to Love dei Queen.
I due team funzionano egregiamente, pur in una dimensione corale appunto, che non lascia troppi spazi per gli assolo. Tra tutti spicca però Emanuela Fanelli, che diventa sempre più brava ad ogni film che interpreta e che sembra dominare con eleganza il campo di Lara.
Nei primo weekend di programmazione Follemente finirà per incassare oltre quattro milioni di euro. Segno che il cast sontuoso ha funzionato – così come è successo per Diamanti di Ozpetek – e le tante coppie che affollano le sale per vederlo stanno apprezzando il gioco.
In fondo, può bastare anche così. O forse no?



