Una notte a New York

Una notte a New York **1/2

Scritto e diretto dall’esordiente Christy Hall, che aveva già adattato per lo schermo il copione di It Ends With Us – Siamo noi a dire basta con Blake Lively, Una notte a New York – in originale Daddio – tradisce subito il suo impianto teatrale. Ambientato di notte, in un viaggio in taxi tra il JFK e Manatthan, ha solo due personaggi: un taxista di mezza età e la sua giovane passeggera, una programmatrice che è reduce da due settimane nel Montana, dove ha rivisto la sorella e i fantasmi del suo passato e del suo presente complicato.

Anche a causa di un incidente che blocca l’accesso alla città, i due cominciano a parlare e a confrontarsi: pian piano la superficialità dei discorsi tra sconosciuti lasciano il posto a riflessioni più personali fino a raggiungere, in una sorta di gioco implicito tra i due, le confessioni più intime dei propri sogni e dei propri rimpianti.

Lui Clark ha due matrimoni falliti alle spalle, lei – che non rivelerà mai il suo nome – è tempestata per tutto il viaggio di messaggi dal suo amante, un uomo sposato molto più grande di lei.

Attraverso lo specchietto retrovisore i due si scambieranno sguardi complici, talvolta offesi, altre disarmati, nel corso di un lungo viaggio verso casa.

Christy Hall ha girato tutto il film in studio, senza quasi mai uscire dall’abitacolo, in un insistito duello di campi e controcampi ad angolazioni diverse che grazie all’intensità dei due interpreti fanno dimenticare l’esiguità dei mezzi.

La sceneggiatura è costruita proprio per sfruttare l’idea che lo spazio condiviso tra i due sconosciuti diventi singolarmente un luogo in cui potersi raccontare tutto, con la sincerità che talvolta riconosciamo solo a noi stessi.

Non c’è nulla di rivoluzionario, ma un cocktail ben misurato di rimorsi e rimpianti, sogni e delusioni, rapporti con padri assenti e mogli belle e stupide, relazioni tossiche e amori perduti.

E’ del tutto evidente che il film si regga interamente sulle spalle dei due protagonisti ed è un bene che Daisy Ridley, scelta per interpretare la ragazza, abbia abbandonato l’impegno, lasciando alla produttrice Dakota Johnson, in questo caso biondissima quasi come la madre, l’onere di subentrarle: perfettamente a suo agio nel personaggio, al contempo sensuale e indifesa, sembra trovare per una volta la misura giusta.

Davanti a lei ha uno Sean Penn sornione e disilluso, la cui faccia sembra ormai scolpita nella celluloide: dopo troppi ruoli sbagliati, l’attore di Milk e Mystic river, sembra interessato a recitare per davvero, questa volta, donando al suo personaggio una grazia e una semplicità da uomo della strada, a cui la vita ha insegnato qualcosa solo attraverso le continue cadute.

E’ un film fatto di poco questo Una notte a New York, ma è attraversato da una malinconia e da un senso della sconfitta che sembrano aprire un rapido squarcio nel mistero della vita dei suoi protagonisti e un po’ anche nella nostra.

Complice.

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