Alien: Romulus

Alien: Romulus **1/2

Nato dalla fantasia di Dan O’Bannon (e Ronald Shusett) nella seconda metà degli anni ’70, dopo il fallimento dell’adattamento di Dune per Jodorowsky, Alien è diventato immediatamente un piccolo film di culto, capace di mettere sulla mappa di Hollywood il suo quarantenne regista, l’inglese Ridley Scott, dopo una lunga gavetta tra tv e pubblicità. Il suo debutto cinematografico era avvenuto due anni prima con il sontuoso e napoleonico I duellanti, tratto da Joseph Conrad, ma è con questo secondo duello tra l’astronauta Ripley della Nostromo e un invincibile e letale xenomorfo alieno e poi ancora con quello tra il blade runner “chandleriano” Rick Deckard e il replicante Roy Batty nel film successivo, che si definirà il primo perimetro di una filmografia per molti versi ricchissima e ancora capace di produrre senso.

Scott aveva passato intelligentemente il testimone della sua creatura nel corso degli anni, lasciandolo prima ad un giovane James Cameron e quindi all’allora sconosciuto David Fincher e al francese Jean Pierre Jeunet nel corso degli anni ’90.

Le degenerazioni venute successivamente con il doppio cross-over con la serie di Predator e poi con il fallimentare e tardivo tentativo di Scott di rimettere mano all’universo della Weyland Yutani, con un duplice prequel che brillava solo per assurdità, spiritualismo creazionista e volontà di potenza, sembravano aver scritto la parola fine sulle speranze della Fox di rilanciare un franchise ormai storico e molto redditizio.

Ma le cose cambiano, la 20th Century viene acquisita dalle Disney e nasce questa nuova avventura affidata all’uruguaiano Fede Alvarez, assieme ad una serie commissionata a Noah Hawley, il padre del Fargo televisivo: entrambe le scelte rispondono in modo efficace allo spirito originale, coinvolgendo giovani registi di genere, capaci di portare nuove idee nell’universo di Alien.

Romulus, scritto da Alvarez assieme al fidato Rodo Sayagues, riesce così nell’intento di riportare sui binari più tradizionali, una saga che era pesantemente deragliata, secondo quella formula ormai ampiamente sperimentata, che prevede di mescolare in dosi generose gli ingredienti di un remake, di un reboot e di un sequel, in un pastiche postmoderno dal punto di vista narrativo, capace di accontentare allo stesso modo gli spettatori desiderosi di nuove avventure, quelli nostalgici delle vecchie, quelli che conoscono solo pochi elementi dell’originale così come quelli che ricordano tutte le interazioni degli xenomorfi.

Il film comincia benissimo, su quella che appare come una delle colonie extramondo, in cui gli uomini si sono rifugiati. La corporation che le governa non ha altro obiettivo che sfruttare all’infinito la forza lavoro operaia, senza alcuno scrupolo.

Qui vive Rain Carradine: quello che rimane della sua famiglia è il goffo androide Andy, programmato solo per fare il suo bene. Rain sogna di spostarsi su un pianeta in cui si veda finalmente la luce del sole, ma quando il suo contratto di lavoro viene inopinatamente prolungato verso l’eternità, capisce che l’unico modo per esaudire i suoi desideri è di unirsi ad un gruppo di amici ribelli, che scovata una nave abbandonata poco sopra l’orbita del loro pianeta, vuole usarne le capsule criogeniche per affrontare il lungo viaggio verso il nuovo pianeta.

I sei partono così di nascosto per raggiungere la Romulus e Remus, una nave di forma circolare, con due metà speculari. La presenza di Andy è fondamentale, perché solo un androide della Wayland Yutani può avere accesso alla flotta della società.

Quando però il primo gruppo formato da Andy e dai cugini Bjorn e Tyler si inoltra nei corridoi deserti dell’astronave finisce per imbattersi nel corpo corroso e spezzato di un nuovo androide e in segni che mostrano presenze inquietanti e distruttive…

Se nella lunga prima parte il film mantiene il più classico degli andamenti da film dell’orrore, con un lento avvicinamento alla verità, cercando di non mostrare quello che tutti conosciamo e rinviando continuamente l’incontro con i face hugger, quando poi i giovani sprovveduti comprendono fino in fondo i meccanismi letali dell’alieno e i suoi diversi e rapidissimi stadi evolutivi, ecco che Alvarez sembra virare verso una dimensione più esplicitamente d’azione, affine al capitolo firmato da James Cameron, con Cailee Spaeny che veste i medesimi panni eroici e imbraccia lo stesso fucile di Sigourney Weaver, sia pure con una fisicità molto diversa d quella di Ripley.

Se in Aliens era il salvataggio della piccola Newt a scatenare l’istinto guerriero della protagonista, anche questa volta è la dimensione familiare ad essere centrale: è il “fratello” Andy a spingere Rain a tornare sui suoi passi ed è per salvare la giovane madre Kay che commettere un nuovo errore fatale.

Peccato però che il film si sfilacci proprio nell’ultima parte, una sorta di riff finale ridondante, del tutto inutile e pasticciato, che rompe la compattezza che Romulus aveva avuto sino a quel momento e che serve solo a riempire di un nuovo abominevole xenomorfo la lunga galleria degli orrori della serie.

Davvero pregevole invece il lavoro di Alvarez nel dare al film un look vintage sotto il profilo delle scenografie, dei costumi e degli effetti speciali. Invece di immergere il film in pessima CGI e in fondali immaginari, si è affidato ad effetti animatronici e a storici professionisti del settore, ricreando per davvero i corridoi labirintici dell’astronave in studio per dare al suo lavoro una forza materica e tattile del tutto benedetta. Il film è stato girato in sequenza e questo ha verosimilmente aiutato i giovani attori e la Spaeny in particolare nella sua discesa verso l’abisso e poi nella sua riemersione dalle tenebre in forma di guerriera impavida.

La dimensione politico-ecologista, che pure era centrale in molti episodi, qui è semplice e molto lineare e serve a fornire una cornice distopica e anticapitalistica al viaggio dell’eroina.

Tornano anche i temi legati alla compresenza di umano e artificiale, ai limiti della coscienza degli androidi e alle leggi della robotico di Asimov, così come quelli legati ad una ricerca scientifica senza morale.

Alvarez si dimostra ancora una volta (Man in the Dark) perfettamente a suo agio con i codici horror e in particolare con quelli dello spazio chiuso e claustrofobico e anche quando il suo film abbandona l’attesa e si butta nella mischia, gli riescono almeno un paio di grandi scene come quella nella tromba dell’ascensore o quella nella tana degli xenomorfi a gravità zero, che diventano immediatamente nuovi punti di riferimento nella saga.

Peccato che non abbia avuto la forza di chiudere in modo secco e veloce, eliminano quella lunga coda che aggiunge nuovi elementi affini alle riflessioni meglio raccontate nel quarto La clonazione, in un’ansia bulimica di voler dire troppo che diluisce le sue buone intenzioni.

In ogni caso Alien: Romulus rimane il più riuscito tra gli episodi della saga degli ultimi venticinque anni. E chissà che il viaggio di Rain non sia che all’inizio…

 

 

 

 

 

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