Siamo nel mese di Aprile del 1975, al termine della guerra del Vietnam, poco prima della caduta di Saigon, in una situazione drammatica in cui gli aerei americani hanno già iniziato ad evacuare personale diplomatico, donne e bambini.
Il Capitano (Hoa Xuande), una spia che si è infiltrata nell’esercito filoamericano del Vietnam del Sud riesce ad imbarcarsi su di un C-130 con il suo migliore amico Bon (Fred Nguyen Khan) e a raggiungere gli Stati Uniti, dove continua, sotto la supervisione di un agente della CIA (Robert Downey Jr.) a spiare le manovre degli esuli, in particolare del Generale (Toan Le). Il suo contatto in patria, Man (Duy Nguyen), l’amico che lo ha inserito nei Vietcong, viene così periodicamente informato di tutte le attività degli esuli e delle velleità di restaurazione nutrite dal Generale.
Mezzosangue, figlio di una donna vietnamita e di un sacerdote francese, come si scoprirà nel prosieguo degli episodi, il Capitano ha studiato negli USA, proprio su richiesta di Man, con l’obiettivo di apprendere la cultura americana e poter così meglio servire la causa della liberazione comunista. Il racconto però ce lo mostra rinchiuso in un campo di rieducazione: qualcosa è andato storto nella sua missione? O forse gli anni trascorsi a contatto con la cultura americana hanno corrotto l’ortodossia comunista del giovane? E in tutto questo che fine ha fatto Man, il suo contatto tra i Vietcong? Perché non ha garantito per lui al ritorno in patria? Come in tutte le spy stories, ci sono molte domande che attendono una risposta.
Il simpatizzante è un’espressione di quell’intreccio di generi che tanto piace alla moderna serialità: difficile definirlo e collocarlo in un filone specifico. Il tema principale è proprio di una spy-story, condita con ironia e humor nero, però indubbiamente ci sono numerosi riferimenti al genere bellico e in particolare a quello che è un vero e proprio sotto-genere, cioè la guerra del Vietnam. Non manca nemmeno un rimando al meta-cinema, tema caro alla produzione autoriale: la parte in cui si gira The Hamlet, per quanto narrativamente troppo lunga e non ben amalgamata con il resto del girato, è una specifica a sé stante.
Il cinema è peraltro presente lungo tutto l’arco narrativo: come luogo fisico, si pensi alla sala di Saigon dove viene interrogata la donna accusata di essere un agente dei Vietcong o alla sala ricreata negli appartamenti del Commissario del campo di rieducazione; come espediente narrativo, con il rumore di una bobina che cadenza i passaggi temporali; come tratto distintivo della società americana, compagno delle serate trascorse in casa dagli esuli vietnamiti.
Il cinema è così reale da fornire una tomba alla madre del Capitano sul set del film a cui partecipa in qualità di consulente, The Hamlet – Il villaggio. Il discorso sul cinema è ovunque, tanto da far pensare che potrebbe essere il vero soggetto della narrazione nell’intento del regista; un pensiero fugace, per quanto affascinante, che si perde tra gli aromi di in un piatto ricco di sapori che però non riescono mai ad essere ben amalgamati, soprattutto a partire dal quarto episodio. I riferimenti agli anni ’70, cinematografici e non, abbondano, ma, senza un reale valore immersivo, si limitano ad apparire come un mero accumulo di citazioni.
La serie è una produzione ambiziosa a marchio HBO e distribuita in Italia da Sky: lo si capisce da subito scorrendo il cast che vanta due celebrità pluripremiate come Sandra Oh e Robert Downey Jr. Sono entrambi in ottima forma, con la particolarità che RDJ interpreta in modo istrionico non uno, ma 4 diversi caratteri: per i fan dell’attore questa serie è davvero imperdibile, anche se le sue interpretazioni ci sono sembrate un po’ troppo caricaturali e discontinue. Il simpatizzante è una produzione americana, ma con un forte profumo di etnicità: a cominciare dal cast e dalle scelte linguistiche. Se poi ci aggiungiamo i frequenti salti temporali e l’utilizzo di un linguaggio tecnico raffinato, si delinea un prodotto che si inserisce nella comfort zone delle tendenza stilistiche della Tv di qualità degli ultimi anni.
Anche la sceneggiatura, curata dal regista Parl Chan-wook (Old Boy) che filma direttamente i primi tre episodi e tratta dal romanzo Viet Thanh Nguyen, vincitore del premio Pulitzer, non ci è parsa all’altezza delle aspettative, mostrando alti e bassi sia nei dialoghi che nella caratterizzazione dei personaggi. Lo stesso discorso vale per la regia, indubbiamente convincente nei primi episodi, ma poi con il passaggio di testimone da Parl Chan-wook a Marc Munden finisce anch’essa per perdere mordente e annacquarsi.
Come scritto in precedenza, ci sono molteplici domande a cui lo spettatore si aspetta di ricevere una risposta. In effetti, a tutte ne viene data una. Il problema è che sono risposte molto meno avvincenti degli interrogativi. Sono risposte scontate, che non creano sorpresa nello spettatore e che non sono sorrette da una narrazione adeguata.
Per fare un esempio: trascorriamo molto tempo alle prese con il racconto della fascinazione cinematografica del Capitano, peraltro identificando nel cinema uno dei prodotti per eccellenza della cultura americana, ma nel frattempo la vita di Man è semplificata e ridotta ad un brevissimo racconto, così come abdichiamo alle speranze di futuro della figlia del generale che abbandoniamo nel suo percorso di emancipazione e di auto-realizzazione. La storia non segue i caratteri, non li esplora, finisce per renderli dei satelliti nella vita del Capitano. Il carattere sospeso tra realtà e finzione dell’autobiografia del Capitano, più che creare tensione e attenzione nello spettatore, finisce per limitarne la capacità di immedesimazione, minando quel senso di simpatia che è fondamentale per una feconda negoziazione emotiva.
La cosa che più dispiace è che le premesse per una serie interessante c’erano tutte, a cominciare dall’episodio pilota, probabilmente il migliore. Ci troviamo ancora una volta di fronte alla sensazione che l’insuccesso poggi soprattutto sulla fragilità della scrittura, troppo discontinua e confusionaria.
TITOLO ORIGINALE: The Sympathizer
DURATA MEDIA DEGLI EPISODI: 59 minuti
NUMERO DEGLI EPISODI: 7
DISTRIBUZIONE STREAMING: Sky
GENERE: Comedy Drama Spy War History
CONSIGLIATO: a quanti apprezzano il linguaggio visivo dei film di Park Chan-wook e sono pronti ad immergersi in un caleidoscopio narrativo in cui si fatica a distinguere il vero dal sogno, la realtà dall’allucinazione. Una narrativa più lineare avrebbe però reso l’opera più incisiva.
SCONSIGLIATO: a quanti cercano un racconto compatto ed equilibrato: qui lo squilibrio regna sovrano e finisce per spingere quello che inizialmente sembrava un film storico, compatto ed emozionante, verso un sogno surreale in cui si fatica a distinguere realtà e finzione.
VISIONI PARALLELE: è possibile leggere il libro omonimo scritto da Viet Thanh Nguyen ed edito in Italia per i tipi di Neri Pozza. Il Simpatizzante ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa nel 2016 ed è stato giudicato dal NYT come “libro dell’anno”. Viet Thanh Nguyen insegna American Studies and Ethnicity presso l’Università della California del Sud.
UN’IMMAGINE: Nelle prime sequenze si fa riferimento al fatto che solo in occidente la guerra del Vietnam è conosciuta con questo nome. In Vietnam si parla piuttosto di Guerra Americana. Due nomi per descrivere la stessa cosa. O forse no?

