Dopo il nuovo inizio cinematografico del 2015 con l’adrenalinico e ipercinetico Fury Road, la saga post apocalittica di Mad Max, continua con questo prequel che ci racconta la storia di quella che conosciamo come l’Imperatrice Furiosa, dall’infanzia fino alla fuga dalla Cittadella di Immortan Joe.
Scopriamo così che nel mondo ridotto a una landa desolata sopravvive un’oasi verde in cui crescono ancora le pesche. Lì vive la piccola Furiosa, ma quando cade nelle mani di un gruppo di bikers guidati dal crudele Dementus, uno dei signori della guerra che porta morte e dolore dovunque arrivi, diventa merce ancora più preziosa: la madre tenta un assolto suicida per liberarla, ma viene catturata e torturata per conoscere le coordinate di questo Green Place.
E’ tutto vano perché la donna preferisce morire in croce piuttosto che rivelare il loro segreto e Furiosa si è chiusa in un silenzio rancoroso che accompagnerà tutta la sua esistenza.
Quando Dementus, che si muove su una biga trainata da tre moto, si scontra con un altro signore della guerra, Immortan Joe, che con i suoi soldati kamikaze regna su Citadel e sulla Città del petrolio, Furiosa diventa una merce di scambio tra i due.
Per sottrarsi alle attenzioni di Rictus, uno dei figli di Immortan Joe, Furiosa si taglia i capelli e si fa passare per un ragazzo.
Passano gli anni e Furiosa incontra sua strada il pretoriano Jack, un formidabile driver che si occupa della sicurezza dei trasporti da e per Citadel.
Il nuovo film di George Miller è molto lontano dall’essenzialità della struttura narrativa di Fury Road, del suo turbine incessante di azione per l’azione, della sua irriverente negazione di ogni elemento che non fosse funzionale a quel doppio movimento di andata e ritorno attorno a cui tutto finiva per ruotare.
Qui ci sono elementi nuovi, un arco temporale più lungo, il tentativo di dare spessore ad una storia d’origini, costruendo sui pochi elementi che conoscevamo di Furiosa, un’epica della vendetta e della fuga, che troverà la sua conferma nel film che abbiamo già visto.
Nel farlo, Miller limita le iperboli che segnavano il primo film, facendone un proiettile lanciato nel vuoto della Wasteland, quasi senza bersaglio. Come ogni prequel, anche questo si perde in spiegazioni, psicologie, in strizzate d’occhio e altri elementi che non aggiungono però molto al cuore pulsante della saga, almeno dalla sua rinascita a trent’anni di distanza dalla prima trilogia con Mel Gibson.
Non mancano grandi scene d’azione, come il primo inseguimento, l’attacco alla cisterna guidata dal Pretoriano Jack, quindi l’assalto del prefinale alla fortezza di Dementus, ma sembra sempre trattarsi di inneschi per una svolta d’azione che non arriva mai. E così le singole scene, pur formidabili, ma non superiori a quelle di Fury Road, ne escono depotenziate, in un film che occupa due ore e mezza del nostro tempo, prendendosi almeno trenta minuti di troppo, che le musiche di Tom Holkenberg non riescono questa volta a riempire di rock esagerato.
Il personaggio interpretato questa volta da Anya Taylor-Joy é piuttosto risaputo e mostra sin dall’inizio le qualità che già conosciamo: paradossalmente in questo romanzo di formazione, la partenza non è diversa dall’arrivo. L’evoluzione è quasi assente, perché c’è già tutto nell’incipit.
In più c’è il solito limite di ogni prequel, ovvero il tentativo di spiegare didascalicamente quello che avrebbe dovuto rimanere avvolto nel mistero. Non penso che Furiosa, almeno in questa incarnazione, tornerà ancora: quello che si poteva raccontare è stato detto,
Il pretoriano Jack è forse l’unico personaggio inatteso di questo Furiosa, che sembra uscito dal primo Interceptor e richiama anche nel look il personaggio interpretato da Gibson, come a voler in qualche modo riunificare l’universo espanso della saga.
Superfluo.

