Ritirato all’ultimo da Venezia, dove avrebbe dovuto aprile la Mostra fine agosto, Challengers, prodotto da MGM-Amazon e Warner Bros arriva finalmente sul grande schermo appena prima di Cannes, in un periodo tradizionalmente scevro di grandi produzioni, destinato soprattutto al recupero di tutto quello che non ha trovato posto nei cartelloni autunnali ed invernali.
Ma le vie della distribuzione, soprattutto dopo il Covid, sono cambiate radicalmente e ogni momento può essere quello giusto, soprattutto se si è in grado di intercettare il proprio pubblico, sempre più distratto da sollecitazioni audiovisive costanti e inesorabili.
Abbandonate le oscurità e il sangue di Suspiria e Bones and All, con il suo ottavo lungometraggio Luca Guadagnino sembra effettivamente cercare il grande pubblico con un film ambientato nel mondo del tennis professionistico e in quello juniores e universitario, sui cui campi si scontrano e si confrontano i destini dei tre assoluti protagonisti di questa storia, la giovane promessa americana Tashi Duncan, che pensa a studiare a Stanford, grazie a una borsa di studio, prima di lanciarsi nel professionismo e gli inseparabili amici Patrick Zweig e Art Donaldson, cresciuti assieme fin da ragazzini in una boarding school per tennisti prodigio.
Il film si apre nel 2019, sul campo della finale di un torneo minore, un challenger di provincia a La Rochelle, N.Y.: qui si affrontano imprevedibilmente i due protagonisti, l’uno celebratissimo campione, ormai vicino al viale del tramonto, dopo aver vinto sei Slam, mancando sempre il successo a Flushing Meadows, l’altro, talento scapestrato, finito ai margini della classifica ATP, che cerca in quella partita una chance per l’ultima opportunità di ingresso in un torneo maggiore.
Esattamente in mezzo, ad osservarli, seduta in corrispondenza significativa della rete, c’è Tashi.
Attraverso una lunga teoria di flashback il film ricostruirà la loro storia, a cominciare dal primo incontro: i ragazzi hanno appena vinto il doppio agli U.S. Open nella categoria juniores e l’indomani si affronteranno del singolare, Tashi invece ha schiantato la sua avversaria nella finale femminile e già con un contratto Adidas in tasca finisce per attirare le attenzioni degli altri due.
Una notte di reciproca conoscenza, chiacchiere sul tennis e baci appassionati, interrotta sul più bello, finisce con la promessa di Tashi di far avere il suo numero di telefono solo al vincitore della finale, che assume così per Art e Patrick un significato completamente diverso.
Eppure chi vincerà quella prima sfida non riuscirà a conquistare il cuore di Tashi.
Il film scritto da Justin Kuritzkes – il marito di Celine Song, la regista di Past Lives – sfrutta sapientemente l’arena sportiva, il campo e gli spalti, per mettere in scena una storia a tre che sfugge ad ogni dimensione postmoderna di freddo citazionista: Jules et Jim, Bande à part, The Dreamers sono esempi lontani per un Guadagnino sempre più interessato a indagare i desideri della generazione Z, stando pienamente dentro la contemporaneità.
Anche se siamo lontani dalla sincerità brutale e dalla confusione identitaria di We Are Who We Are o dello stesso Bones and All, Guadagnino continua a raccontare le relazioni sentimentali secondo prospettive e sguardi profondamente originali.
E il regista palermitano dimostra ogni volta di avere un talento impareggiabile e una sensibilità prodigiosa nello scoprire e valorizzare i suoi giovani attori, continuando ad accarezzarli metaforicamente con la sua macchina da presa e costruendo l’intero film a loro misura.
Nei 131 minuti di Challengers ci sono solo i tre protagonisti e nessun altro: una Zendaya luminosissima, feroce, spietata nella sua determinazione, Mike Faist, scoperto da Spielberg in West Side Story, che ha il ruolo del più fragile Art, il campione e marito modello, assertivo, devoto, piegato però ai desideri della moglie-manager-allenatrice.
Su tutti però spicca Josh O’Connor, già protagonista di La chimera di Alice Rohrwacher, qui decisamente più a suo agio con un personaggio apparentemente solare, sfacciato, eppure pieno di ambiguità, egoismi, incapace di conformarsi agli altri due.
Challengers è in fondo il racconto dei loro desideri di ragazzi e di campioni e della loro amarissima sconfitta.

Nessuno di loro ottiene davvero quello a cui più teneva: chi è costretto a rinunciare alla carriera sportiva, chi all’amore familiare, chi ancora all’amicizia e al successo. Tutti e tre si ritrovano a vivere la vita sognata da uno degli altri.
Guadagnino non li giudica, sembra avere comprensione e simpatia per le debolezze di tutti e tre, ne racconta la fatica, le cadute, i tentativi vani di conciliare le aspettative con le proprie.
Quella breve notte assieme da ragazzini è una sorta chiasmo nelle loro vite. La combinazioni e ricomposizioni nel corso del tempo li vedranno continuare a ferirsi e tradirsi. Ma il centro continua a rimanere Tashi, che sembra tirare i fili delle vite di tutti, quando da dominatrice sul campo è costretta a immaginarsi in un ruolo diverso nel privato. Per lei conta solo il tennis, si può parlare solo del gioco “E di cos’altro?”. La dimensione sentimentale, affettiva e sessuale è uno scontro continuo, ma è marginale rispetto alla purezza feroce del gesto atletico: l’unica cosa che conta è ciò che accade sul campo.
E infatti è la partita che i tre giocano sul cemento di La Rochelle ad attraversare l’intero film e a chiuderlo, perchè è in quello spazio che finalmente i tre possono parlarsi davvero in modo onesto, anche attraverso un codice usato molto tempo prima.
Nonostante Zendaya, la tensione è soprattutto omoerotica e Guadagnino dissemina il suo film di tracce continue in questo senso, dagli spogliatoi alle saune, dall’autoerotismo fino al duello finale e all’abbraccio tra Art e Pat assai poco tennistico.

Il montaggio di Marco Costa non mi è parso sempre impeccabile, ma cerca sempre di assecondare la violenza dei colpi che i tre si scambiano sul campo e non solo, con soggettive persino della pallina e della racchetta, a voler rendere fino in fondo la tensione dello sforzo.
Caldissima e solare la fotografia in 35mm del maestro thailandese Sayombhu Mukdeeprom. Molto più discutibile l’utilizzo delle musiche elettroniche e techno di Reznor e Ross: la scelta antiretorica è chiara, ma servono davvero? O sono elemento puramente esornativo?
Da non perdere.
In sala dal 24 aprile.

