Acclamatissimo al SXSW dove ha debuttato da qualche giorno, anticipando di un mese circa l’uscita nelle sale per A24, il nuovo film di Alex Garland (Ex Machina, Annientamento, Men), è un diario di guerra, al seguito di un manipolo di giornalisti e fotogiornalisti in viaggio tra New York e Washington, in un’America del prossimo futuro dilaniata da una guerra civile.
Garland arriva a Civil War dopo una filmografia che ha spesso esplorato i rapporti tra tecnologia, potere e identità, da Ex Machina ad Annientamento. In questo caso lo sguardo si sposta su una dimensione più apertamente politica. L’idea del film nasce durante gli anni segnati dalla polarizzazione crescente negli Stati Uniti, dal trauma politico della presidenza Trump e dall’assalto al Campidoglio del gennaio 2021. Garland ha raccontato di aver osservato con inquietudine la radicalizzazione del discorso pubblico americano e di aver immaginato uno scenario che trasformasse quella tensione in una guerra interna.
Texas e California hanno infatti formato una coalizione degli Stati dell’Ovest e marciano sulla capitale, dove un Presidente al suo terzo mandato, asserragliato nella Casa Bianca, trasmette vuoti messaggi patriottici e di propaganda. Nel frattempo anche la Florida si è ribellata, lasciando il Paese in preda del caos generalizzato con militari ed eserciti contrapposti ad affrontarsi nelle città, mentre l’FBI è stato smantellato.
I protagonisti sono Lee una rinomata fotografa freelance e il suo socio Joel, che si mettono in testa di raggiungere prima Charlottesville, che rappresenta la linea del fronte e quindi la Capitale, per intervista il Presidente, prima che capitoli alle “Western Forces”.
Con loro si spostano anche l’anziano giornalista del New York Times Sammy e la giovanissima aspirante fotografa Jessie, che vorrebbe emulare Lee, ma ha ancora molto da imparare.
In una sorta di road movie di guerra in un Paese che ha perduto la propria identità collettiva, i quattro si trovano ad affrontare una realtà ancor più atroce di quella immaginata, passando attraverso parchi giochi in cui si annidano letali cecchini, scene di guerriglia urbana, cittadine che sembrano vivere una illusoria e fasulla normalità, fattorie in cui i corpi vengono seppelliti in fosse comuni, pompe di rifornimento in cui la benzina non ha più un prezzo, ma è diventata merce di scambio. Ogni luogo familiare diventa un possibile campo di battaglia
Garland, romanziere e sceneggiatore inglese prestato al cinema, dopo il successo di The Beach, 28 giorni dopo e Non lasciarmi, dipinge uno scenario post-apocalittico e un campionario di violenze e orrore sempre più inquietante, nel tentativo di imbastire attraverso una messa in scena ellittica una riflessione politica sugli Stati Uniti e la sua deriva antidemocratica e bellicista.
Il film, con spirito documentarista, sembra interessato soprattutto all’aspetto più autoevidente del conflitto e alla sua rappresentazione, seguendo il precetto della protagonista Lee: “siamo giornalisti e il nostro compito è mostrare tutto senza alcuna reticenza“.
Anche se il fotogiornalismo di guerra, i suoi rischi e la sua etica sembrano pian piano prendere uno spazio maggiore all’interno del film – con il personaggio di Lee che assume una posizione di mentore rispetto alla più giovane e inesperta Jessie, che pure impara in fretta e sul campo fino a soppiantare la più celebrata collega proprio durante l’assedio di Washington – Civil War rimane ambiguo da questo punto di vista, lasciando sullo sfondo la discussione sui limiti del visibile, sul ruolo testimoniale del reporter, sui confini tra realtà e rappresentazione e sulla neutralità dello sguardo.
Dovrebbero essere i rovelli della protagonista Lee, soprattutto nei riguardi dell’aspirante Jessie, ma è evidente che il suo personaggio si trovi improvvisamente perduto nelle sue sicurezze e quindi travolto dagli eventi, incapace di insegnare alcunché alla più giovane.
I protagonisti osservano la guerra attraverso l’obiettivo della macchina fotografica. Scattano fotografie mentre gli altri sparano. Il verbo inglese “to shoot” racchiude entrambi i gesti, e Garland insiste su questa ambiguità: la fotografia immobilizza l’istante della morte nello stesso modo in cui il proiettile ferma il corpo. Il film alterna il movimento continuo della macchina da presa a improvvisi freeze frame che riproducono gli scatti dei reporter. Il flusso delle immagini cinematografiche si interrompe e lascia spazio a fotografie che documentano l’orrore con una violenza ancora più diretta.

Il film, costruito classicamente come una lunga teoria di incontri e di tappe in progressivo avvicinamento alla Casa Bianca, non è privo di un’evidente efficacia drammatica, che si alimenta nella singolarità di ogni nuova epifania, capace testimoniare la deriva di Paese sempre più dilaniato dal punto di vista sociale e sfiduciato nelle sue istituzioni confederali, stressate nell’ultimo decennio in modo sempre più forte.
Civil War dosa con precisione i suoi elementi, le sue dicotomie sono sempre esplicite e le contrapposizioni servono a produrre senso e a mostrare una realtà completamente deformata della contemporaneità. Garland non costruisce un’allegoria semplice della politica americana. L’assenza di spiegazioni ideologiche trasforma il conflitto in una metafora della dissoluzione del patto sociale. La guerra civile appare come il risultato estremo di una società incapace di condividere una realtà comune.
Garland continua la sua riflessione personalissima sulle immagini e sulla messa in scena dell’orrore, in un film che sembra, per molti versi, un fratello del suo Annientamento, accompagnandoci in un nuovo viaggio immersivo in un universo reso alieno alla sua protagonista, che comincia il film piena delle sue sicurezze personali e professionali e lo termina invece completamente perduta e sopraffatta da un mondo che non solo non riesce più a comprendere e spiegare, ma neppure a fotografare e mostrare agli altri.
Civil War non manca di forza simbolica, a cominciare dalla sua traiettoria che comincia da un attentato nel cuore di New York, si sposta nell’America rurale poi si conclude con un assalto alla Casa Bianca, da parte di un esercito che ha sostituito le cinquanta stelle della bandiera alle due del “Western Front”.
Non è un caso se all’inizio le immagini del presidente che prova uno dei suoi discorsi alla nazione venga inframmezzato da immagini di scontri reali e di manifestazioni di rivolta, che hanno segnato la storia recente degli Stati Uniti, sino all’insurrezione di Capitol Hill del 2021, in occasione del passaggio di consegne tra Trump e Biden.

La capacità di Garland di orchestrare grandi scene di massa come di giocare con la tensione, con le assenze e i vuoti, anche quelli del nostro immaginario contemporaneo, è indubbiamente pregevole e contribuisce a creare momenti di puro terrore, come nella lunga parentesi con il sempre formidabile Jesse Plemons, nei panni di un soldato sadico con dei buffi occhiali rossi.
Intelligentemente il film sposa fronti per cui parteggiare, le ragioni della rivolta rimangono nella sfera del non detto, i leader del Western Front rimangono nell’ombra e quello che vediamo sullo schermo è un Paese senza più bussola morale, preda di una violenza brutale e disumana che sembra contagiare le due parti che si affrontano.
Come ha scritto Gianni Canova forse è proprio in questa voluta ambiguità, in questa assenza di motivazioni ideologiche che il film trova il suo lato più sinistro, riempiendosi di piccole vendette, violenze private, odio sociale.
La banalità del Male si mescola a una stupidità autodistruttiva e a una brutalità senza prigionieri: riflessi di un film che assume a ogni passo ulteriore una dimensione puramente horror.
Lo scenario mostrato da Civil War non è così diverso da quello che abbiamo conosciuto nei film e nei documentari che hanno raccontato la Siria, l’Ucraina, l’Afghanistan o che racconteranno quanto sta accadendo nella striscia di Gaza.
E’ uno scenario interamente militare dove la politica ha smesso di giocare un qualsiasi ruolo, nel mediare i conflitti, nel prevenirne l’escalation, nel trovare soluzioni alle disparità sociali e alla richiesta di giustizia. Garland vuole raccontarci la crisi identitaria di un Paese che ha perso se stesso e si riscopre terra di frontiera e di sangue, mettendo in scena i suoi traumi in tutta la loro follia. Le domande sono certamente giuste, le risposte restano sospese. Resta piuttosto l’inquietudine di assistere a un’anticipazione lungimirante su quello che potrebbe accadere davvero.

Quanto alle interpretazioni dei protagonisti, Kirsten Dunst attraversa il film con una sola espressione corrucciata e depressa e la sceneggiatura non le dà molto su cui lavorare se non attraverso il rapporto con Jessie, che diventa personale e quasi materno, mettendo in crisi le sue certezze professionali; Wagner Moura e Stephen McKinley Henderson sono poco più che comprimari; mentre molto più interessante è Cailee Spaeny nel ruolo di Jessie: il suo è l’unico personaggio che nel film si muove su coordinate trasformative ed è quello che pian piano si prende la scena interamente.
A Garland non sembrano interessare i motivi e le cause quanto testimoniare le conseguenze. Solo che così il suo film rischia di rimanere un po’ schiacciato tra una drammaturgia di atrocità prevedibili e attese e una certa insistenza rappresentativa, testimoniata nelle belle immagini in pellicola bianco e nero riprese da Jessie e Lee, nessuna delle quali tuttavia ha la forza iconica di quelle scattate da Saul Loeb nell’assalto del 6 gennaio 2021.
Su una di queste immagini il film si chiude, non prima di aver mostrato il gruppo di reporter correre attraverso i corridoi devastati della Casa Bianca mentre le armi automatiche sparano senza sosta e la guerra entra letteralmente nel cuore simbolico del potere americano.
Con Civil War, Garland realizza uno dei film politici più disturbanti degli ultimi anni. L’opera osserva la violenza collettiva attraverso lo sguardo di chi la documenta e pone interrogativi sul rapporto tra informazione, spettacolo e responsabilità. La guerra che attraversa l’America del film potrebbe appartenere a qualsiasi paese del mondo contemporaneo ed è proprio questa dimensione universale a rendere l’esperienza così inquietante.

Con i suoi 50 milioni di dollari di budget è il film più costoso mai prodotto dalla A24.
In Italia dal 18 aprile per Raicinema e Leone Film Group.

