I Tenenbaum

I Tenenbaum ****

I Tenebaum debutta al New York Film Festival nell’ottobre 2001. Wes Anderson è un giovane ed eccentrico regista, originario di Houston, laureato in storia dell’arte e filosofia.

Assieme a Owen Wilson, suo compagno di stanza all’università, ha scritto l’esordio Bottle Rocket nel 1996 – a partire da un precedente cortometraggio – e poi il fortunato Rushmore nel 1998, capace di rivitalizzare la carriera di Bill Murray e quasi interamente ambientato al St. John’s School di Houston.

I premi vinti agli Independent Spirit Awards e i quasi 20 milioni raccolti al box office, spingono la Disney-Touchstone a sostenere il suo ambiziosissimo nuovo progetto, scritto sempre con Wilson nel corso di due lunghi anni di lavoro.

La saga dei Tenenbaum sullo sfondo di una New York completamente ricostruita grazie al lavoro di Anderson con gli scenografi, trae ispirazione da molte diverse fonti cinematografiche e letterarie: innanzitutto il capolavoro di Welles L’orgoglio degli Amberson, da cui prende l’impianto familiare, la centralità della grande casa e lo spunto del nuovo matrimonio che sconvolge i rapporti tra figli e genitori; non meno importanti sono Fuoco fatuo e Soffio al cuore di Malle nella costruzione delle biografie e dei desideri dei figli del patriarca Royal, così come il romanzo Franny e Zooey di Salinger, rispetto al tema della genialità precoce; elementi importanti vengono anche da I ragazzi terribili di Melville, tratto da Cocteau.

Nella caratterizzazione dei tanti personaggi di un film inevitabilmente corale, suggestioni autobiografiche e piccoli calembour personali, contribuiscono a definire una galleria di ritratti indimenticabili che omaggiano Cormac McCarthy e i Peanuts, E. L. Konigsburg e il celebre neurologo Oliver Sacks.

Non un solo elemento sembra lasciato al caso. La cura maniacale nella costruzione drammatica si riflette poi, nella fase delle riprese, in un uso originalissimo e creativo del set, con la predilezione del piano sequenza in campo medio capace di restituire la simbiosi assoluta tra personaggi e contesto.

I movimenti di macchina enfatizzano l’uso della simmetria centrale con zoom e carrelli in avanti. L”uso antirealistico del ritratto, soprattutto nel prologo, esalta il ruolo dei personaggi.

Il linguaggio visivo di Anderson è già ricchissimo: lo slow motion associato alla musica pop nei momenti più emotivamente complessi, i plongé dall’alto delle finestre della grande casa di Harlem, le panoramiche a schiaffo, il continuo récadrage attraverso porte, finestre e persino tende sono tutti elementi che contribuiscono a creare un carattere distintivo.

La fotografia calda di Robert Yeoman, quasi tutta d’interni, è interessata soprattutto ai cromatismi e alle palette di colore, i costumi di Karen Patch avvolgono i personaggi come in una divisa per tutto il film, le scenografie di David Wasco, Carl Sprague e Sandy Reynolds ricostruiscono una New York che esiste solo nella fantasia di Anderson: tutti elementi che il montaggio di Dylan Tichenor (Magnolia, Il petroliere, Zero Dark Thirty) riesce a fondere in un miracoloso equilibrio romanzesco, contribuendo a dare senso all’estrosa messa in scena di Anderson.

Un ruolo decisivo per il ritmo del film ha la colonna sonora, costruita attorno a una serie di hit pop e rock che dalla versione orchestrale di Hey Jude dei Beatles arriva fino a Everyone di Van Morrison, passando per Nico, Simon & Garfunkel, i Clash e i Rolling Stones. 

La voce narrativa acuisce il distacco emotivo e l’artificiosità deliziosa dell’impianto drammatico, contribuendo a creare uno stile che sarebbe diventato celeberrimo e imitatissimo nel corso dei venticinque anni successivi, fino a rivoltarsi purtroppo in maniera.

Anderson e Wilson scrivono il film per Gene Hackman nel ruolo del patriarca, ma l’attore è restio ad accettare il ruolo, ha richieste economiche fuori scala e non comprende il suo personaggio.

Dopo un lungo corteggiamento, Hackman capitola, ma rende la vita impossibile al suo regista e agli altri attori durante le riprese: un Royal Tenenbaum più vero del vero. L’attore, premiato con il Golden Globe, non andrà neppure a ritirarlo.

Tuttavia, una volta convinto il protagonista a partecipare, Anderson ha la possibilità di costruire un cast sensazionale: Gwyneth Paltrow e Ben Stiller sono i due figli Margot e Chas, Angelica Huston la moglie abbandonata Etheline, Danny Glover il nuovo compagno e Alec Baldwin la voce narrante. Ai fratelli Wilson, Luke e Owen vanno i ruoli del terzo figlio Richie e dell’amico invidioso Eli Cash e all’immancabile Bill Murray quello di Raleigh St. Clair, pomposo neurologo, marito di Margot.

Per la grande casa familiare viene utilizzato un immobile al 339 di Convent Avenue, vicino alla famosa Sugar Hill, nella sezione Hamilton Heights di Harlem.

Il film è strutturato come un romanzo con un prologo ambientato negli anni ’70 e otto capitoli che invece si svolgono nel presente.

L’avvocato Royal Tenenbaum, dopo una serie infinta di bugie e infedeltà, è costretto dalla moglie Etheline ad abbandonare la grande casa familiare di Harlem e i suoi tre bambini prodigio: Chas, mago dei numeri e della finanza, Richie, campione di tennis, e Margot, adottata a due anni, precoce commediografa.

Vent’anni dopo i tre ragazzi hanno tutti in qualche modo tradito le aspettative di un tempo: Chas ha appena perduto la moglie e vive con i due figli Ari e Uzi nella paura costante che possa succedergli qualcosa; Margot è infelicemente sposata ad un neurologo, che tradisce segretamente con Eli Cash un controverso scrittore, amico d’infanzia del fratello Richie; quest’ultimo ha abbandonato il tennis a soli 26 anni, in modo inspiegabile e gira il mondo su una nave cargo, senza una vera meta.

Royal nel frattempo è stato radiato dall’albo degli avvocati e ha finito tutti risparmi: i suoi giorni al Waldorf-Astoria stanno per terminare.

Quando Pagoda, il domestico di casa Tenenbaum segretamente alleato di Royal, gli confida che Henry, il commercialista di Etheline, le ha chiesto di sposarlo, l’astuto patriarca escogita un piano per riconquistare il suo posto.

Fingendosi malato terminale chiede a Etheline di riaccoglierlo in casa per trovare un modo per riconciliarsi con i suoi figli.

Nel frattempo Chas è tornato a vivere con la madre, Margot ha lasciato il marito per fare lo stesso e Richie, avvisato della malattia del padre, sta per tornare a New York.

I Tenenbaum è un grande romanzo americano scritto da un narratore afflitto dalle stesse nevrosi e dalle stesse idiosincrasie dei suoi personaggi.

Nel film confluiscono idee e suggestioni infinite, con l’ambizione di costruire un affresco familiare lontano da ogni minimalismo, ma capace di intercettare perfettamente lo spirito del suo tempo.

Come scrive Ferzetti sul Messaggero, “I Tenenbaum oscilla fra due opposti sentimenti: è già troppo tardi e non è mai troppo tardi. E’ troppo tardi per ritrovare lo splendore, le illusioni, la forza e le scelleratezze della gioventù. Ma c’è sempre tempo per riunirsi alla famiglia, per chiedere perdono, dichiararsi a un amore segreto o chiudere un matrimonio sbagliato”.

Nel racconto di un padre ingombrante, bugiardo, anaffettivo e del suo rapporto incompiuto con i tre figli, Anderson non nasconde le miserie e le infelicità dei ragazzi, figli di uan cultura del succeso che ha finito per travolgerli.

Ad un certo punto Royal confida a Etheline di essere orgoglioso di come si è occupata dei loro figli: in realtà a vedere Chas, Richie e Margot viene da pensare proprio il contrario. Nessuno è riuscito a confermare le attese, forse troppo elevate, della loro infanzia e ora sembrano tutti vivere nella depressione, nel rimpianto, nell’indecisione di sè.

Non è un caso se si ritrovino presto tutti sotto lo stesso tetto, eterni bambini di una famiglia disfunzionale.

Richie ha lasciato il tennis il giorno dopo il matrimonio della sorella adottiva, di cui è segretamente innamorato, Chas sembra essersi completamente perduto ed è arrabbiato col mondo, mentre Margot vive annoiata nella sua vasca da bagno, sull’orlo della depressione, fumando una sigaretta dopo l’altra, senza riuscire più a scrivere una sola parola.

I tre hanno dissipato il proprio talento nel risentimento, bloccati per sempre nel loro ruolo di bambini prodigio: i loro vestiti sempre uguali non fanno che confermare questa impasse. Eppure lo sguardo di Anderson verso di loro è straordinariamente compassionevole, complice, affettuoso.

Basterebbe la scena in cui Margot va a prendere Richie appena sbarcato: il campo e controcampo dei loro volti in slow motion, la musica di Nico che entra nel momento perfetto: sono pochi secondi, ma sembrano raccontare una vita intera.

I Tenenbaum esseri umani fragili, prim’ancora che professionisti incompiuti. La dimensione privata e quella pubblica sono tutt’uno.

L’unico che sembra aver ereditato i geni paterni è paradossalmente il vicino Eli Cash, scrittore arrogante, approfittatore, tossicomane, a cui Anderson ritorna per l’incidente finale che interrompe la grande riconciliazione familiare.

In un film in cui non esistono ruoli davvero piccoli e in cui non c’è una sola battuta che non sia perfetta, Anderson riesce a far convivere compiutamente una commedia familiare irresistibile con un tenerissimo melò di anime infelici, da cui si esce con gli occhi lucidi.

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