Alain Delon e Gena Rowlands: due icone di un cinema senza eredi

Perdere in una settimana Gena Rowlands e Alain Delon suona come un affronto del destino.

La più moderna e sensibile delle attrici americane emerse nel corso degli anni ’60, indissolubilmente legata al più radicale di tutti gli indipendenti, John Cassavetes, accanto ad uno dei volti più incredibili del cinema e della cultura europee, ponte ideale tra Francia e Italia, capace di raccogliere su di sè tutto lo spleen esistenziale, lo smarrimento ideologico e l’introspezione dei nostri anni ’60 e ’70.

A Stanze non amiamo i necrologi come le celebrazioni postume e un po’ fasulle. Tuttavia se può essere un modo per riscoprire percorsi così esemplari e necessari come quelli di questi due formidabili artisti, allora forse val la pena di spendere qualche parola per ricordarne la febbrile elettricità interpretativa.

Impossibile dimenticare Gloria, la ragazza con la pistola nell’ultimo grande film di Cassavetes del 1980 o Mabel, la nevrotica protagonista di Una moglie, da allora un punto di riferimento assoluto per ogni interprete, per non dire di Myrtle, l’attrice dell’epocale La sera della prima e Minnie, nell’improbabile coppia con il posteggiatore Moskowitz di Seymour Cassell. E che dire di Un’altra donna, una delle vette del cinema alleniano più affine a Bergman? Gena Rowlands è stata quei volti e molti altri ancora, fino all’ultimo, anche nel cinema del figlio Nick.

Quanto a Delon i titoli sono troppi e troppo importanti anche solo da elencare, da Delitto in pieno sole di Clement, tratto da Patricia Highsmith, che nel 1960 lo rende celebre passando ai ruoli interpretati per Visconti e Antonioni in Rocco e i suoi fratelli, Il gattopardo, L’eclisse. L’incontro decisivo con Melville nella seconda metà degli anni ’60 trasforma il suo sguardo glaciale, capace di nascondere ogni emozione, in quello inafferrabile di Jeff Costello, il protagonista di Le Samourai.

Per Valerio Zurlini interpreta un professore disilluso ne La prima notte di quiete, in una Romagna invernale, attraversata con quel cappotto cammello, capace di anticipare e rivaleggiare con quello indossato da Brando in Ultimo tango.

Dopo La Piscina di Deray con l’amata Romy Schneider, tanto magnifico cinema di genere.

Ma per la sua Palma d’Onore nel 2019 aveva voluto che il Festival di Cannes proiettasse Mr. Klein di Losey, un capolavoro sull’identità, la Storia e la natura umana, che ancora oggi continua a interrogarci.

Il finale di carriera è un lentissimo dissolversi nel mito, con almeno una tappa fondamentale: l’incontro con Jean-Luc Godard nel 1990 per il teorico e musicale Nouvelle Vague.

E tu, cosa ne pensi?

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.