3 chilometri alla fine del mondo

3 chilometri alla fine del mondo **1/2

Un piccolo villaggio sul delta del Danubio.

Il diciassettenne Adrian, studente a Tulcea, torna a casa per l’estate dai genitori e passa la serata con un ragazzo di Bucarest. Quando ritorna a casa ha il volto tumefatto ferite ed ecchimosi su tutto il corpo.

Due ragazzi che non è riuscito a riconoscere l’hanno picchiato brutalmente. Prima in ospedale, quindi dalla polizia locale, la sua testimonianza coinvolge una piccola comunità in cui tutti si conoscono.

Pandele, il capo della polizia, cerca di non far arrivare il caso a Tulcea, ma è pressato dal padre di Adrian, Florin Dragoi che pensa siano stati i figli di Zentov, a cui deve dei soldi, per intimidirlo.

I colpevoli sono effettivamente i due ragazzi, ma le motivazioni sono diverse. Se la sono presa con Adrian perché l’hanno visto baciarsi con un altro ragazzo.

La faccenda cambia radicalmente: in un villaggio che sembra ancora fermo al medioevo, l’onta dell’identità sessuale di Adrian colpisce la sua famiglia come un tuono.

La giustizia passa in secondo piano: Florin e la moglie legano Adrian e lo costringono a sottoporsi ad una specie di esorcismo, gli tolgono il telefono, lo rinchiudono nella sua stanza e meditano di spedirlo in un convento lontano.

Quando improvvisamente il servizio dei minori invia nel villaggio l’ispettrice Simona Petrescu con il suo aiutante, la verità sembra venire a galla. Ma è solo un’illusione: il potere si esercita in modo incestuoso, i favori concessi e richiesti guidano il destino degli uomini e ogni cosa si può aggiustare in qualche modo. Il modo sbagliato.

Il film di Emanuel Parvu non è distante dai lavori di Mungiu e in particolare da Un padre e una figlia, nel racconto disilluso di una società completamente corrotta, chiusa in un oscurantismo che lascia senza parole e impenetrabile ad ogni idea di giustizia, di progresso, di libertà.

All’inizio si fatica a comprendere davvero i termini del conflitto, tanto ci appare lontano: eppure siamo nel cuore della nostra Europa, anno domini 2024.

La Romania di Ceausescu è crollata trentacinque anni fa, ma la società rumena non sembra aver mai davvero maturato gli anticorpi necessari a costruire una convivenza civile e democratica.

Il mondo che racconta il cinema rumeno è uno spazio fuori dal tempo, in cui la dimensione morale è assente da ogni orizzonte. Non quello familiare dove una diversa identità sessuale è un onta, una malattia da curare, uno stigma da estirpare con ogni mezzo e che può rovinare la reputazione e lo stesso destino della comunità. Non meno terribile è il ritratto della chiesa, lontanissima da ogni compassione e preda di rituali antichi e privi di ogni significato.

Lo Stato è lontano, ma la polizia locale gestisce il proprio potere nel modo più meschino possibile, tra incompetenza, ignoranza ed esplicita corruzione.

Ciascuno cerca di prendere un vantaggio personale da questa storia, senza cedere nulla. Significativamente l’interrogatorio di Adrian da parte dell’ispettrice di Tulcea avviene in una piccola stanza affollatissima, in cui sono presenti tutti i personaggi di questa storia, avvoltoi pronti a fiondarsi sulla carcassa del povero Adrian, che fa quello che può e quello che crede, cercando di evitare il martirio.

Il film di Parvu è secco, essenziale, impaginato con rigore e lasciando sempre fuori campo la violenza, perché più interessato alle sue conseguenze.

Il ritratto familiare è particolarmente impietoso: “E’ vero?” chiede la madre al figlio, cercando di spingerlo a confessare le sue preferenze sessuali. Lei e il padre non mostrano mai alcuna empatia nei confronti del figlio linciato per aver baciato un altro ragazzo. Le punizioni che immaginano mostrano solo un’ignoranza abissale e una distanza incolmabile, che diventerà anche fisica, alla fine.

L’unico abbraccio finale di Adrian è per l’amica: forse è stata lei a chiamare il servizio minori e a salvare Adrian, che fugge, senza voltarsi indietro.

Inutile cercare di venire a patti con questa realtà: l’unica possibilità di ricominciare è altrove.

Terreo.

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