Dark Mirrors: speciale K-series

L’influenza della cultura coreana negli ultimi tempi è sulla bocca di tutti: per la musica, il cinema, le serie TV. Prodotti che uniscono qualità tecniche a freschezza di contenuti e all’abile utilizzo di tutte le leve di marketing consentite dai social media. Un successo già sancito nel 2020 quando Netflix, sulla sua pagina Twitter, celebrava il successo di pubblico delle serie coreane nel nostro Paese, con un incremento di spettatori rispetto all’anno precedente del 30%1

Facciamo insieme il punto sulle uscite più interessanti degli ultimi tempi, così da compiere una duplice operazione, da un lato offrire una breve guida a quanti volessero avvicinarsi alla visione di serie tv coreane, dall’altro cercare di capire quali sono i tratti che accomunano le produzioni di maggior successo e cosa possono dirci non solo della Corea del Sud, ma anche della società contemporanea nelle economie più sviluppate.

La serie di maggior successo del 2021 è certamente Squid Game. In questo show quattrocentocinquantasei uomini e donne che vivono ai margini della società accettano di partecipare a una serie di giochi per bambini, con poche e semplici regole. In palio ci sono centinaia di milioni di Won, uno per ogni partecipante eliminato. Un ricchissimo montepremi che si conquista a costo della vita: chi viene eliminato, infatti, muore. Vincere equivale alla ricchezza, perdere alla morte. Eppure, sebbene abbiano la possibilità di interrompere il gioco in qualsiasi momento, per tutti vale la pena rischiare la vita e arrivare al punto di uccidere gli altri , in modo diretto o indiretto, pur di conquistare la somma di denaro dietro cui si intravede la possibilità di vivere un’esistenza dignitosa, non più ai margini.

Chi si aspetta una serie simile ad un reality ad eliminazione sarà solo parzialmente soddisfatto: in realtà le dinamiche sociali che si sviluppano durante il gioco sono interessanti, ma non lo sono meno quelle che riguardano la vita quotidiana dei partecipanti, con le diverse marginalità che spingono ciascuno a entrare nel gioco. Il tema al centro della narrazione è il disagio sociale nelle sue varie forme, tra cui emerge soprattutto l’indebitamento, che si è diffuso in modo esponenziale nel Paese a seguito della pandemia da COVID 19. Un dramma che ha colpito soprattutto le piccole imprese familiari. “Nel marzo 2021 i piccoli imprenditori (circa 24,4 miliardi di persone) avevano 832 mila miliardi di Won di debiti, il 19 per cento in più rispetto al 2020”2. Un fenomeno che non riguarda solo le imprese, ma anche le famiglie, se è vero che “L’indebitamento delle famiglie sudcoreane negli ultimi anni ha superato il 100 per cento del pil nominale del paese ed è diventato il più alto di tutta l’Asia. Il 20 per cento più ricco dei sudcoreani guadagna 166 volte di più del 20 per cento più povero”3. Un quadro desolante che porta l’uomo a dare il peggio di sé, come raccontato dal film Parasite di Bong Joon-Ho. Il film è un dramma sociale che rappresenta meglio di un trattato le violenti disuguaglianze che attraversano la società coreana, al cui interno la disparità di reddito continua ad allargarsi, nonostante gli sforzi compiuti dal presidente Moon Jae In durante il suo mandato.

I temi sociali sono al centro anche di un altro prodotto di successo, ovvero Move to Heaven, serie distribuita da Netflix nel 2021 che racconta le vicende di una famiglia di pulitori del trauma. E’ questa l’attività svolta da quanti si occupano di raccogliere i beni personali e ripulire i locali delle persone morte in modo violento, senza lasciare eredi, in solitudine, lontano dalla famiglia. La cura con cui il giovane Gu-Ru, il padre (prima) e lo zio (dopo l’improvviso decesso del padre), raccolgono gli averi dei defunti, il rispetto con cui si avvicinano alla loro storia e la cura con cui cercano di realizzare il loro lascito appare come un rituale riconciliatorio, un ponte tra i vivi e i morti, un tentativo di ristabilire armonia tra le generazioni. L’ambizione è quella di fornire un esempio in controtendenza rispetto alla generale perdita di valori della famiglia.

La famiglia è un nervo scoperto di tutte le società, specie nei momenti di crisi. Se la famiglia di Parasite appare come un esempio di cinismo privo di valori, quella di Lee Isaac Chung, candidato a sei premi oscar con Minari, si muove piuttosto nell’orizzonte di un impegno che, sebbene frustrato dalle difficoltà della vita, non viene meno. Fa poca differenza che i fatti descritti avvengano in America e che riguardino una famiglia di emigrati coreani, l’istanza è sostanzialmente analoga. La necessità del regista di scavare nei ricordi per recuperare una tensione all’unità familiare è la dimostrazione di quanto sia difficile, nel mondo di oggi, raccontare una famiglia ad alto contenuto valoriale. In Corea come in America.

Accolta in maniera positiva da pubblico e critica, Move to Heaven ha conquistato tra l’altro ben tre premi Aca (Busan’s Asia Contents Award), come: miglior attore (Lee Je-hoon), scrittura (Yoon Ji Ryun) e serie più creativa, dividendo gli onori della cronaca con un’altra serie tra le più apprezzate dell’anno e cioè Sweet Home.

Sweet Home è un dramma apocalittico che racconta la storia di un adolescente, Hyun-su, che, vittima di bullismo, non vuole più uscire dalla sua stanza. Quando perde la famiglia in un incidente stradale, si trasferisce in un nuovo appartamento, all’interno di un grande e fatiscente condominio alla periferia di Seul. Il ragazzo non ha ancora riconquistato una normalità quotidiana quando il suo condominio viene attaccato da una schiera di temibili mostri. Sweet Home non è solo un racconto horror, per molti aspetti ascrivibile al genere young adult filone splatter, ma anche una ben precisa metafora sociale. I mostri infatti non sono alieni o prodotti di mutazioni genetiche, ma uomini che stanno progressivamente diventando l’incarnazione dei loro più riposti desideri. La loro mostruosità è il risultato di una perdita di umanità non dissimile a quella che porta alcuni milionari a passare il tempo guardando altri uomini morire, per gioco e in un gioco. A differenza però di Squid Game, in questo caso la soluzione sta nella capacità di fare gruppo degli abitanti del condominio che, guidati dall’orfano Hyun-su riescono ad arginare l’attacco dei mostri.

Di fronte a un medesimo dramma sociale ecco quindi che la serialità ci propone tre possibili risposte, quella del singolo che lotta contro il sistema, dopo averlo accettato acriticamente (Squid Game), della famiglia che condivide valori diversi da quelli dominanti (Move to Heaven) e infine quella di una comunità inclusiva che si fa forza per rispondere all’attacco che viene dall’esterno (Sweet Home).

Al di là della riposta, ci appare rilevante l’emergenza sociale che queste serie raccontano.

Non è un caso che il candidato alla presidenza del primo partito coreano, il PD, abbia promesso un reddito minimo di cittadinanza, misura peraltro oggetto di discussione in numerosi altri Paesi. Anche questo ci aiuta a capire le ragioni per cui spettatori in tutto il mondo, in Paesi lontani dalla Corea per tradizioni e cultura, si siano riconosciuti in queste produzioni. Non solo quindi in virtù della finzione narrativa, ma anche e soprattutto per il fatto che interpretano e portano in evidenza istanze presenti e diffuse in modo trasversale in molte altre società.

1 “In questo 2020, nonostante tutto, siamo riusciti a viaggiare tantissimo alla scoperta di nuove storie. Come quelli dei titoli K_Drama che, nell’ultimo anno, sono stati visti da quasi il triplo degli spettatori rispetto al 2019”. Al twit fanno seguito alcune delle serie più viste: It’s Ok To Not Be Okay, Kingdom, The King: Eternal Monarch, Rugal, Crash Landing on You, Itaewon Class, My Holo Love, Record of Youth, Was It Love?

2 Lee Kang-kook,”Il tragico realismo di una serie tv sudcoreana” da Internazionale, n.1431 del 15 Ottobre 2021, pg.35 e 36.

3 Internazionale, n. n.1431 del 15 Ottobre 2021, pg.36.

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