The Family Man: una serie piena di ironia, adrenalina e sfumature morali

The Family Man ***

Srikant Tiwari è un agente segreto dell’intelligence indiana che conduce un’esistenza da uomo comune, semplice, a tratti monotona, sospesa tra desideri che appaiono irraggiungibili (comprare una nuova casa) e i piccoli problemi quotidiani di un padre alle prese con due ragazzi che stanno crescendo e di un marito che fatica, per quanto si sforzi, a trovare il modo per rendere felice la propria compagna. Nella prima stagione il suo impegno non era bastato per evitare un attacco terroristico a una centrale chimica, causa della morte di numerosi civili e anche del ferimento di alcuni colleghi. Nella seconda stagione, soprattutto a causa di quel fallimento professionale, salvare il mondo non sembra essere più la sua priorità: Sri si è dimesso dai servizi segreti e ha raggiunto il fratello in una grande azienda informatica, dove lavora in un open space con centinaia di altri dipendenti, motivati da un CEO iperattivo che li sprona quotidianamente a fare squadra e a non limitarsi al minimo, ma a dare sempre il massimo. Un lavoro ben pagato che presenta diversi aspetti positivi: Sri è più presente in famiglia, ha acquistato una nuova macchina e ha il tempo di pranzare o cenare fuori. Il suo sogno di una nuova casa sembra finalmente a portata di mano.

Egli tuttavia non ha del tutto superato il proprio passato, si tiene informato sulle attività dell’Agenzia, grazie alle notizie fornite dall’amico fraterno JK (Sharib Hashmi) e, quando serve una mano, non si tira indietro: è infatti un suo intervento telefonico a facilitare la cattura di un terrorista. Il rapporto con la moglie Suchi (Priyamani) non sembra però migliorato e l’insoddisfazione della compagna resta latente. Dopo un aspro litigio e l’ennesimo discorso motivazionale del CEO, Sri decide di mollare il lavoro d’ufficio e tornare sul campo. Parte così per una missione nel sud del Paese, a Chennai, dove un gruppo di ribelli dell’etnia Tamil1 sta organizzando un attentato per colpire il primo ministro indiano Ms. Basu, impegnata in un bilaterale con quello dello Sri Lanka. Quello che però Sri ignora è che, pur di tenerlo fuori dai giochi, i ribelli Tamil sono pronti a tutto, anche a rapirgli la figlia adolescente, Dhriti (Ashlesha Thakur). Questa volta Srikant non dovrà combattere solo per l’interesse nazionale, ma anche e soprattutto per i suoi affetti più cari.

Una trama che potrebbe tradursi in una spy story neanche troppo originale, espressione di un genere molto praticato dalla serialità e gradito al pubblico internazionale. La particolarità della realizzazione va quindi cercata altrove, soprattutto nella capacità di miscelare con grande accortezza la parte drama e spy, alternando momenti di adrenalina pura con altri di tenore più domestico, in cui sono le dinamiche familiari a prendere il centro della ribalta, a volte con il fascino melodrammatico del rapporto coniugale in crisi, a volte invece con il racconto quotidiano dei dialoghi familiari tra genitori e figli. L’ironia è sicuramente uno dei tratti più interessanti della serie e riesce a stemperare i problemi familiari, così come quelli professionali, in cui Srikant si imbatte nel corso della stagione. E’ un’arma utilizzata con perizia anche per creare empatia da parte dello spettatore nei confronti della squadra investigativa indiana, la TASC: ai terroristi non viene concessa alcuna possibilità di uscire dall’immagine dei duri e puri che dedicano tutte le loro energie esclusivamente alla punizione degli infedeli. Essi appaiono come uomini senza umanità, a cui sembra inibita ogni forma di relazione che non sia legata al compimento della missione: anche l’attrazione sessuale o l’amicizia hanno nel loro universo colori freddi e distaccati, senza spazio per un reale contatto umano.

Sono pochi i momenti in cui i dialoghi si spingono oltre questa facciata: il più toccante è fatto di poche frasi che però raccontano un mondo. Mi riferisco alla conversazione in auto tra Raji e Sajid, in cui affiora la reciproca nostalgia della propria terra, lo Sri Lanka per la guerrigliera Tamil e il montuoso Kashmir per il protagonista dell’attacco alla centrale chimica che abbiamo già incontrato nella prima stagione. E’ altresì vero che la scelta compiuta da Krishna D.K. e Raj Nidimoru è di rappresentare i ribelli Tamil come devoti al proprio Paese, esattamente come Srikant è devoto all’India. L’intenzione è complicare la distinzione tra buoni e cattivi, inserendo tonalità di grigio che la prima stagione non aveva preso in considerazione. Se però l’adesione ad un credo ideologico appare maniacale e autoreferenziale per i terroristi, diversa è la fedeltà all’India da parte di Srikant: l’ironia serve proprio a calare i valori nel quotidiano, a dar loro una prospettiva relativa e non assoluta. Inoltre nella squadra di Sri l’amicizia assume forma e sostanza, tanto che le relazioni tra i membri della squadra costituiscono per lo spettatore un binario parallelo che a volte dispiace veder sacrificato o semplificato.

La conclusione della prima stagione era stata un sostanziale fallimento per l’azione della TASC: l’attentato programmato dai terroristi era andato a buon fine, causando gravi danni alla popolazione e spingendo l’opinione pubblica a mettere in discussione la stessa esistenza dell’Agenzia investigativa antiterroristica. Inoltre alcuni agenti, tra cui Zoya (Shreya Dhanwanthary) erano rimasti gravemente feriti. Un fallimento peraltro reso ancora più amaro dalla morte di un giovane attivista erroneamente scambiato per un terrorista: vicenda insabbiata per non dare ulteriori spunti all’opinione pubblica per attaccare l’intelligence. Se agli insuccessi lavorativi aggiungiamo i problemi coniugali e il difficile rapporto con i figli, Srikant si colora delle tonalità proprie dell’antieroe moderno, degno di comparire nella galleria dei personaggi più significativi della serialità contemporanea.

L’antieroe si caratterizza, oltre che per i propri fallimenti sociali/relazionali anche per le proprie indubbie qualità: Srikant dimostra infatti intelligenza, intuito e carisma. In questa seconda stagione le sue qualità sono determinanti per raggiungere il successo e sventare l’attacco terroristico, con un finale sicuramente più conciliatorio e tradizionale rispetto a quello aperto, ma chiaramente fallimentare, della prima stagione. Sri è un servitore della nazione che persegue l’interesse generale, anche a costo di rimetterci personalmente, cosa che del resto avviene nel rapporto con la moglie. Il personaggio di Suchi (Priyamani) in particolare è convincente e le sue aspirazioni professionali rappresentano un elemento diffuso tra le donne colte indiane, mentre la scissione tra famiglia e soddisfazione personale riveste una valenza più ampia. Sono però soprattutto le sue fragilità, le sue incoerenze, i suoi sbalzi d’umore a renderla un personaggio vero, vibrante e per niente assimilabile ai cliché ampiamente diffusi di donne forti e indipendenti, ma senza un concreto carisma negoziale nei confronti dello spettatore/spettatrice.

Per quel che riguarda l’interpretazione di Manoj Bajpayee c’è poco da aggiungere all’ammirazione della prima stagione: Srikant Tiwari è semplicemente iconico e rimane nella memoria e nel cuore del pubblico per un’espressività ricca di sfumature, ma sempre contenuta e finalizzata alla situazione descritta.

Sharib Hashmi (già nel cast del film Oscar Millionaire) è una spalla eccezionale per Sri, capace di regalare al pubblico numerosi momenti ironici senza scadere nella macchietta. Uno dei personaggi più amati di cui sarebbe interessante poter esplorare anche la vita privata, per poterlo rappresentare in un’ottica completa.

Raji è infine un’affascinante villain: una donna rude e coraggiosa pronta a tutto pur di liberare la sua terra e vendicarsi di coloro che hanno distrutto la sua famiglia. Raji è interpretata in modo molto efficace da Samantha Akkineni: in particolare è formidabile la mutazione fisico posturale che intercorre tra la timida ragazza sotto copertura che lavora in una fabbrica di Chennai, e che con rassegnazione accetta le molestie di un uomo sull’autobus e le morbose attenzioni del suo capo reparto, e la spietata macchina da guerra che si libera dei nemici uno dopo l’altro, senza esitazione e senza rimorsi. E’ una performance spesso silenziosa, in cui alla fisicità viene demandata una larga parte dell’espressività attoriale ed è proprio qui che Samantha dà il suo meglio. Raji è per diversi aspetti un carattere eroico, un soldato integerrimo e disposto a tutto per quella che ritiene una vera e propria missione: la violenza per lei non è fine a se stessa, ma sempre finalizzata a un obiettivo militare. Il suo carattere morale rappresenta un valore identitario forte che contrasta con le sfumature e le tonalità opache delle tante figure di burocrati, politici e dirigenti che vengono presentate dalla serie e che a parole amano la propria patria, ma nella sostanza perseguono solo il proprio interesse.

La regia di cinque dei nove episodi della stagione è stata affidata a Suparn Varma che ha scelto di utilizzare una camera molto mobile per rendere fluide e coinvolgenti le numerose scene d’azione e trasmettere così una dose generosa di adrenalina allo spettatore.

La serie è stata molto apprezzata in patria, diventando la più vista su Amazon Prime Video India nel 2019. Il significativo successo di pubblico e di critica ha già spinto la produzione al rinnovo per una terza stagione. Nuove sfide terroristiche e domestiche attendono Srikant!

Titolo originale: The Family Man
Durata media episodio: 50 minuti
Numero degli episodi: 9
Distribuzione streaming: Amazon Prime Video
Genere: Thriller, Drama, Action

Consigliato: a quanti amano l’azione e le spy story che non si prendono troppo sul serio e vorrebbero farsi un viaggio in India, prima o poi.

Sconsigliato: a quanti amano le spy story all’antica, senza troppe contaminazioni.

Visioni parallele:

Per quanti volessero restare nel medesimo ambito territoriale e di genere ci sono almeno un paio di produzioni, sempre di Amazon Prime Video, da segnarsi in agenda: Mumbai Diaries 26/11 (una stagione, 8 episodi) e Mirzapur (due stagioni, per complessivi 19 episodi). Produzioni di grande qualità anche se forse sentirete la mancanza di Manoj Bajpayee.

Di tenore diverso è invece il recente No Time to Die. Con Daniel Craig, che con questo film si congeda dall’Agente segreto 007, James Bond ha iniziato a mostrare maggiormente le proprie fragilità, la propria umanità. Nell’ultimo capitolo della saga sembra prendersi anche meno sul serio e questo mix di avventura e ironia potrebbe piacere agli amanti di Family Man.

Un’immagine: la giovane indipendentista Rajid, nel bel mezzo di un tentativo di fuga propiziato dall’attacco degli altri soldati ribelli, si ritrova faccia a faccia con Srikant. Ammanettata si volta verso di lui e con aria di sfida gli dice: “Toglimi queste manette e combatti come un vero uomo”. Al che Srikant la guarda un po’ stupito e le risponde “Non devo dimostrarti la mia mascolinità in questo momento!”. C’è tutto il mix di ironia e di azione proprio della serie in questa scena, con l’aggiunta di un tocco di anticonformismo intellettuale che in questo periodo di omologazione culturale non troviamo affatto fuori luogo.

1 Il leader dei ribelli Bhaskaran (Mime Gopi) è ispirato al leader del secessionismo Tamil, Prabhakaran. Thiruvenkadam Velupillai Prabhakaran (1954-2009) è stato infatti il fondatore e il leader delle Tigri Tamil, un gruppo militare che ha condotto, a partire dagli anni ’70 del secolo scorso, una campagna secessionista contro il governo dello Sri Lanka, al fine di creare uno Stato indipendente chiamato Tamil Eelam.

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