A Chiara

A Chiara **1/2

A Chiara, presentato in anteprima alla Quinzaine di Cannes, è la chiusura della cosiddetta “trilogia di Gioia Tauro”, che Jonas Carpignano ha iniziato con Mediterranea nel 2015 e proseguito con A ciambra nel 2017.

Questa volta il regista, cresciuto fra Roma e New York, alunno di Spike Lee, ha cercato di inserire nel suo stile impressionista, che tanto deve al cinema dei Dardenne, elementi drammatici più forti, una struttura più solida, in quello che appare come un ritratto femminile di formazione, che ruota attorno alla famiglia Guerrasio: padre, madre, tre figlie.

Quando il film comincia fervono i preparativi per il diciottesimo di Giulia, la più grande.

Carpignano ce la fa vivere quasi per intero: i discorsi, i brindisi, i parenti e gli amici, la gara di ballo, i selfie, l’hip-hop. Tutto il campionario dell’ordinaria piccola borghesia meridionale, che avevamo già visto in Reality di Matteo Garrone.

Tuttavia questa lunghissima macro-sequenza sembra accumulare una tensione che non si scioglie se non nella notte, quando Chiara, la seconda figlia, si alza e vede il padre fuggire per i campi, mentre la loro auto esplode fragorosamente in mezzo alla strada.

Che cosa sta succedendo davvero? Perchè nessuno vuole parlare con Chiara? Sono vere le notizie che legge sul suo telefonino? Chi è e che lavoro fa il padre, il silenzioso Claudio?

Improvvisamente il piccolo mondo di Chiara si fa opprimente, omertoso, neppure la sorella Giulia vuole dirle nulla.

Ma la ragazza è testarda, scopre, accanto al camino di casa, una botola che porta ad un bunker sotterraneo, trova un telefonino, si mette a pedinare il cugino, saltando le lezioni a scuola, fino a quando non intervengono i servizi sociali.

Il nuovo film di Carpignano si muove negli stessi spazi desolati di Gioia Tauro, ritorna brevemente anche ad A ciambra, in quella comunità rom dove era ambientato il precedente, ma questa volta il tentativo è quello di fare un film più strutturato, più scritto, meno episodico, allontanandosi dalla rielaborazione dell’osservazione documentaristica della realtà, che era il segno evidente dei suoi primi due lavori.

Dopo la lunghissima scena del compleanno, che sembra guardare anche al cinema del naturalismo assoluto di Kechiche e che non frappone nessuna distanza di sguardo, ma si muove affettuosamente in quel contesto, il film aggiunge elementi di genere, pesca dal cinema e dalla serialità, che hanno raccontato la nostra criminalità organizzata in questi anni, aggiungendo un nuovo capitolo ad una storia però già raccontata molte volte.

Per il suo film Carpignano sceglie una famiglia vera, i Rotolo, a cui affida il compito impari di mettere in scena una versione alternativa di sè.

Swamy, che interpreta Chiara, la protagonista, è indubbiamente efficace, Carpignano le regala un’ansia, una determinazione testarda, che non si ferma se non davanti all’evidenza.

Quanto ci sia di Swamy in Chiara è impossibile a dirsi, ma poco importa, quello che conta è il lavoro mimetico di Carpignano, che anche questa volta è riuscito a immergersi in un personaggio fino a esplorarne desideri, ossessioni, rimorsi: è esattamente lì che risiede la magia del cinema.

Come Pio Amato in A ciambra, che qui compare in un piccolo cameo, anche Chiara vuole essere più grande, vuole sapere, non si accontenta dei silenzi, delle mezze bugie: “papà è fuori, sta sbrigando tutto lui”.

Solo quando avrà rotto il muro del silenzio ed esplorato le verità sotterranee, per vedere tutto, per capire davvero come funzionano le cose, potrà accettare le soluzioni che altri hanno immaginato per lei, potrà scegliere da sè il proprio destino, lontano dai legami di sangue e dalle logiche patriarcali e ‘ndranghetiste.

Ma l’ombra del passato, della sua famiglia rimane con lei, a velarle lo sguardo quando sarà lei a brindare alla sua maturità, lontano dai traffici di Gioia Tauro.

Nonostante la consueta generosità del suo sguardo, sempre morale e mai giudicante, sempre empatico nei confronti dell’umanità che sta osservando, il film di Carpignano rimane un po’ irrisolto soprattutto quando il regista cerca di essere diverso da sè, quando inserisce momenti onirici, ellissi fantastiche, quando fa parlare le autorità, i servizi sociali.

Tutte le volte in cui tenta di immettere nel suo ritratto elementi più tradizionalmente cinematografici, allora il film perde il filo.

Ma sono certamente difetti minori, che non oscurano il talento cristallino di Carpignano, chiamato tuttavia ora ad una conferma diversa, che lo porti magari lontano dalla Calabria e da quel microcosmo che ha indagato ormai da molte prospettive diverse.

Bellissima la fotografia notturna e sgranata di Tim Curtin, che dialoga in modo creativo con il montaggio di Affonso Goncalves. Le musiche questa volta sono di Dan Romer e Benh Zeitlin, il regista di Re della terra selvaggia e Wendy.

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