Halston: un’icona di stile, un uomo fragile

Halson **1/2

Prodotta da Netflix, la nuova miniserie di Ryan Murphy racconta la storia di Halston, uno degli stilisti più creativi ed iconici degli anni ’70, capace di costruire un impero e di influenzare il gusto di intere generazioni, ma anche un uomo fragile, schiacciato dal peso del successo.

Nell’arco di cinque episodi la miniserie ripercorre la carriera di Roy Halston Frowick, interpretato da Ewan McGregor, soffermandosi sui momenti decisivi, come la celebrità nazionale, raggiunta con il cappellino a tamburello (pillbox) indossato da Jacqueline Kennedy per l’insediamento del marito alla Casa Bianca nel 1961 o la consacrazione internazionale nella sfilata nota come Battaglia di Versailles, nel 1973, organizzata da Eleanor Lambert per raccogliere fondi da devolvere alla ristrutturazione della Reggia.

La sfilata, a cui parteciparono cinque stilisti americani (Ann Klein, Bill Blass, Stephen Burrows, Oscar de la Renta e Halston) e cinque francesi (Yves Saint Laurent, Marc Bohan per Dior, Pierre Cardin, Emanuel Ungaro e Hubert de Givenchy) fu qualcosa di più di un singolo, per quanto significativo, evento di moda: consacrò la freschezza degli stilisti americani e di Halston in particolare. In un periodo in cui l’haute couture godeva di un’aura internazionale inarrivabile, il successo del fashion show americano fu sorprendente.

La moda made in USA, abituata al confronto con la quotidianità del consumo e quindi con la grande distribuzione, aveva infatti imboccato una strada di accessibilità su larga scala sconosciuta a quella europea. E’ questa sintesi tra moda utilizzabile ogni giorno e qualità assoluta di materiali e design che fa di Halston un precursore e rende le sue creazioni qualcosa di unico per semplicità ed eleganza. La sintesi tra ispirazione artistica ed esigenze di business gli garantisce un successo che diventa progressivamente più ampio, ma al contempo anche più difficile da gestire.

L’equilibrio sottile su cui si basa il mondo professionale e privato di Halston comporta una costante tensione, non facile da sopportare: l’uomo finisce per perdere le relazioni più care, l’artista per smarrire l’ispirazione e il businessman per cedere il proprio marchio. Una ferita che tutto il denaro del mondo non sembra poter ripagare e che il successo nella realizzazione di costumi di scena, per diverse opere dell’amica coreografa Martha Graham (Mary Beth Peil), tra cui Clytemnestra e Acts of Light, non riesce a lenire: “We’re given one name. Just one. And that’s all we have while we’re on the earth. And it’s all we leave behind us when we’re gone”.

Al di là degli eccessi, del carattere instabile, degli errori e delle sbandate, la serie vuole rendere omaggio ad un genio creativo, sempre e comunque alla ricerca della perfezione artistica. Un finale dal forte afflato lirico, in cui vediamo Halston, malato, che percorre la costa occidentale degli USA, contemplando le tonalità di blu del mare, con uno sguardo finalmente privo di ogni esigenza di natura economica, ci riconcilia infine anche con l’uomo.

Basata sul romanzo Simply Halston di Steve Gaines, l’opera conferma tutte le qualità delle creazioni di Ryan Murphy, che ha scritto insieme a Ian Brennan quasi tutti gli episodi. Colpisce la capacità di ricreare un ambiente ed un periodo storico: in questo caso i costumi di Jeriana San Juan rappresentano un valore aggiunto non trascurabile, così come l’apporto di Mark Ricker per ricreare gli spazi fisici di Halston, come l’ufficio nella Manhattan’s Olympic Tower o la casa dell’Upper East Side. La visione è sempre piacevole, anche quando racconta aspetti drammatici o melò e riesce a catturare l’attenzione dello spettatore, anche se poco abituato agli argomenti trattati.

La creazione del profumo di Halston è ad esempio un viaggio affascinante in un mondo sconosciuto ai più e insieme il racconto di una storia di successo in cui molteplici fattori determinano la creazione di un prodotto ancora oggi tra i più iconici del settore. La scelta del cast è, come nelle atre produzioni di Murphy, particolarmente efficace: le performance di Rebecca Dayan (Elsa Perretti), Krysta Rodriguez (Liza Minnelli) e David Pittu (Joe Eula) sono notevoli, così come Ewan McGregor. Di fatto Halston si inventa come personaggio, scegliendo come apparire per veicolare al meglio il suo marchio: cambia accento, pettinatura, sceglie di presentarsi sempre con una sigaretta in mano, curatissimo fin nei minimi particolari: per trasmetterci almeno parte di questo straordinario charme, McGregor si è fatto affiancare da un dialect coach in grado di insegnargli l’accento mid-Atlantic ed ha imparato come maneggiare, tagliare e cucire il tessuto.

La regia è stata affidata a Daniel Minahan, dietro alla macchina da presa anche in diversi episodi de Il trono di Spade; House of Cards e già collaboratore di Murphy in Ratched e Hollywood. Minahan è sempre stato affascinato dal carisma di Halston e ha cercato fin dagli anni ’90 di realizzare un film sulla sua vita. Questo progetto è per molti aspetti il coronamento di una lunga aspirazione. The palette of the show goes from this really rich, full spectrum of color in the ‘60s with all of that pattern until we go through the ‘70s and the ‘80s and end up in a really reduced palette, with red, white, black and gray, and that was sort of the journey of Halston’s work”1.

Se quindi a livello tecnico tutto funzione come dovrebbe, quello che lascia perplessi è proprio la sceneggiatura di Murphy e Brennan che presenta una narrazione molto piatta e tradizionale e che non riesce ad esplorare fino in fondo né la complessità del personaggio né quella dell’ambiente che lo circonda.

Nel complesso la visione infatti non lascia tracce significative: alcuni passaggi, soprattutto affettivi e relazionali, del protagonista non vengono esplorati (il rapporto con la madre e gli altri membri della famiglia; l’infanzia in Iowa) così come non viene sviluppato il racconto sugli altri membri del suo entourage, tutti meritevoli di maggior spazio per il ruolo nel panorama culturale ed artistico dell’epoca. Joe Eula, vera e propria spalla di Halston, è ad esempio funzionale solo a descrivere stati d’animo o aspetti produttivi, senza mai godere di autonomia espressiva. Halston raggiunge il successo anche grazie a questo gruppo che lui stesso definisce “a bunch of queers and freaks and girls who haven’t grow up yet”, di cui fa parte, tra gli altri, Elsa Perretti (Rebecca Dayan), destinata a restare nella storia di Tiffany per molte iconiche creazioni. Anche il riferimento all’HIV, che pure ha una sua efficacia narrativa, sembra lasciato in sospeso, quasi edulcorato.

Da tanti mezzi, passione e competenze era lecito aspettarsi qualcosa di più incisivo e meritevole di memoria.

Titolo originale: Halston
Durata media degli episodi: 45 minuti
Numero degli episodi: 5
Distribuzione streaming: Netflix
Genere: biography, drama

Consigliato: a quanti vogliono conoscere il mondo glamour della New York tra gli anni ’70 e ‘80, passare una serata allo Studio 54 e vivere da vicino gli alti e bassi della vita di un artista.

Sconsigliato: a chi già conosce Halston ed il suo mondo creativo e cerca approfondimento psicologico e sociale.

Visioni parallele: il documentario Halston (2019) di Frederic Tcheng e Studio 54 (2018) di Matt Tyrnauer. Due prospettive diverse sullo stesso argomento, entrambe ben accolte da pubblico e critica.

Un’immagine: nel 1980 lo Studio 54 viene chiuso ed il gestore, Steve Rubell, arrestato per evasione fiscale, frode e possesso di droga. Nel condotto dell’areazione viene trovato il corpo di una donna che, pur di accedere al locale, aveva eluso la sorveglianza ed era rimasta incastrata nel cunicolo. “They found a dead body in one of the air vents. Some crazy girl from Mamaroneck. She was trying to get in. Yeah, and that’s not the worst part”. Poi Joe Eula aggiunge, dopo una pausa ad effetto: ”She was wearing Calvin Klein”.

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