Shiva Baby

Shiva Baby **1/2

Il film d’esordio della giovanissima regista canadese Emma Seligman, laureata alla Tisch School of the Arts di NYU, nasce proprio dal suo corto di tesi, Shiva Baby, trasformato in un lungometraggio e presentato al SXSW e al Toronto Film Festival, con un notevole successo.

E’ una commedia nera di matrice ebraica, ambientata nel corso di uno shiva, una commemorazione funebre.

Nella prima scena vediamo la protagonista Danielle, universitaria che si occupa di gender studies, mentre fa l’amore con uno sugar daddy, Max, un uomo più grande di lei, conosciuto attraverso una app.

Un messaggio della madre le ricorda di non fare tardi al funerale.

Danielle si riveste così velocemente e ritrova i suoi genitori, a casa dei parenti della defunta. Qui si è radunata la sua piccola e pettegola comunità ebraica: tra madri e nonne, che sparlano sottovoce e un nuovo giovane rabbino, c’è anche l’amica Maya, con cui c’è stata in passato una relazione tormentata.

I genitori di Danielle vorrebbero approfittare dell’occasione, per spingere qualcuno degli amici a dare un’opportunità lavorativa alla figlia.

L’imbarazzo però cresce quando allo shiva si presenta Max, che si scopre essere un ex collega del padre di Danielle, sposato ad una barbie bionda e gentile, imprenditrice di successo, con una figlia di 18 mesi, che piange sempre.

Stretta tra Maya e Max, tra equivoci, incomprensioni e incidenti, la tensione per Danielle è destinata a salire, in un crescendo emotivo insopportabile.

Il film della Seligman è ambientato quasi tutto negli spazi angusti della casa affollata di amici e parenti ed è costretto a stare addosso ai suoi personaggi, costruendo traiettorie di sguardi e desideri.

Qualcuno capisce e comprende, altri invece no, in un’ingenuità che sembra il portato della tradizione, che si celebra durante lo shiva e che è messa in discussione dalle relazioni improprie, agevolate dalle nuove forme di comunicazione digitale: app, social, device che finiscono in mani inopportune, servono a celare o mostrare verità e menzogne, identità sessuali confuse e sentimenti veri.

La vita di Danielle è un disastro, i suoi studi sembrano velleitari, la sua libertà solo un modo per evadere da una famiglia fin troppo apprensiva.

La stessa Maya, che le somiglia e con cui è cresciuta, è sì qualcuno da amare, ma anche la sua antitesi risolta, amata dalla comunità, che studia legge.

La costruzione drammatica è riuscita e convincente, l’incubo sempre più nero in cui Danielle improvvisamente precipita, è amplificato da distorsioni sonore e visive, che mostrano in modo chiaro la lenta e tragicomica agonia della protagonista.

La Seligman non ha bisogno di spiegare troppo, non solo perchè i personaggi non possono dire sino in fondo e cercano di occultare i loro veri legami, ma anche perchè riempiono con parole spesso di circostanza i silenzi imbarazzati di una cerimonia luttuosa, in cui ci si dovrebbe comportare, secondo quello che prevedono le convenzioni sociali.

E in cui Danielle finisce, invece, per combinare un disastro dopo l’altro.

Se il prologo è l’illusione di un film diverso, che non vedremo mai, e la lunga parte centrale è costruita sulle linee di una sempre maggiore umiliazione, l’epilogo è un bellissimo rassemblement, in cui le tensioni si sciolgono, in una situazione di ridicola coabitazione: provvisoria, fragile, eppure capace di rasserenare ogni animo. Anche solo per un attimo.

Il cast femminile è assolutamente perfetto: Rachel Sennott è una Danielle affranta e vendicativa, Molly Gordon invece interpreta Maya con perfida serenità, mentre Dianna Agron è la moglie di Max, bionda, affascinante e forse consapevole, e Polly Draper la mamma di Danielle, apprensiva e vanesia, incapace di comprendere i segnali dell’imminente disastro.

Perfetto anche il bonario Fred Melamed, nei panni del padre, una vita come caratterista nei film di Woody Allen, tra i protagonisti di A Serious Man dei Coen, di recente anche nei tre film di Craig Zahler.

In un panorama cinematografico spesso deprimente, questo anno di pandemia ci regala sempre più raramente qualche piccolo gioiello indie, che mostra talento e intelligenza: Shiva Baby è certamente tra queste poche eccezioni.

Non perdetelo.

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