Madame Claude

Madame Claude *1/2

“Ci sono due cose per cui la gente sarà sempre disposta a pagare. Il cibo e il sesso. E io non ero brava a cucinare”

Ci sarebbe voluto forse il talento e il rigore di Paul Schrader, per raccontare la storia di Madame Claude, la maitresse francese, a capo di un bordello parigino, frequentato dal bel mondo internazionale, al servizio della polizia e dei servizi segreti, negli anni ’70.

Invece è toccato a Sylvie Verheyde, regista francese, nata proprio alla fine di quegli anni ’60 in cui Fernande Grudet cominciava, con un nome d’arte assai più di classe, la sua ascesa nel mondo della prostituzione d’alto bordo.

Il suo ultimo film uscito in Italia è addirittura del 2008, l’autobiografico e brillante Stella, mentre i successivi Confession d’un enfant du siècle e Sex Doll sono rimasti inediti da noi e si ricordano soprattutto per la loro pessima accoglienza critica e in sala.

L’approdo di questa biografia romanzata di Madame Claude, direttamente su Netflix, agevola la visibilità internazionale del suo film, ma di certo non mi pare ne riabiliti lo status tra le giovani registe europee da tener d’occhio. Anzi ne è forse il de profundis.

Il film si apre a Parigi nel 1968, con il compleanno di una delle sue ragazze, mentre la giovane Sidonie si propone in prova alla maitresse Madame Claude.

Sidonie è perfetta: borghese, parigina, buoni studi, diversa dalle prostitute a cui Fernande deve insegnare da zero modi e maniere, per destreggiarsi tra i facoltosi clienti della sua casa d’appuntamenti.

Nel demi-monde del racket parigino si discute in quei giorni dell’affaire Markovic, la guardia del corpo di Alain Delon, trovato senza vita  poco lontano dalla capitale, con delle foto compromettenti della moglie di Georges Pompidou, primo ministro e candidato alla presidenza.

Madame Claude ha bisogno di amici importanti per sopravvivere nel mondo della criminalità e finisce per diventare una pedina nelle mani dei servizi, in un rapporto di reciproca utilità, finchè, con la morte di Pompidou e l’ascesa di Giscard D’Estaing, i suoi favori non sono ritenuti più utili e le cose che sa pericolose e compromettenti.

Il film della Verheyde pretende di fare di Fernande Grudet una martire della propria indipendenza, che ha sfidato il potere e ne è rimasta travolta.

Le linee narrative alternano le delusioni e le amarezze della protagonista, tradita dal fidanzato André con una delle sue ragazze, lasciata sola dai suoi amici della criminalità e da quelli dello stato, accanto all’ascesa di Sidonie, che si fa strada senza scrupoli nel mondo di Madame Claude, tra cocaina, alcol e prestazioni particolari.

Passano le stagioni nella piccola comune delle ragazze di rue de Boulainvilliers: qualcuna sparisce, qualcuna tradisce, qualcuna ritorna, qualcuna no.

Il film è reticente, ma Madame Claude è arrivata a gestire 500 call girl, non quella decina che si vedono nel film. Accusata di frode fiscale, scappa negli Stati Uniti, viene estradata, affronta un processo in Francia e viene condannata nei primi anni novanta a 3 anni e mezzo di carcere e a restituire 1 milione di franchi: gli spiccioli. Tutto questo, proprio mentre Sidonie si decide a denunciare gli abusi subiti dal padre da bambina.

La sceneggiatura non potrebbe essere più falsa e manipolatoria di così. Indecisa se celebrare fino in fondo una vita da sfruttatrice senza scrupoli, come un esempio di femminismo e indipendenza, la Verheyde e i suoi sceneggiatori infilano nel sottofinale la questione delle molestie in famiglia e della cultura patriarcale, giusto per trarsi d’imbarazzo e fugare le ambiguità di un film, che avrebbe potuto essere libertino e sfrontato come gli anni che descrive o moralista e decadente, come nei lavori di Schrader, che abbiamo evocato all’inizio. Non è nè l’uno, nè l’altro, cercando di aggiustare la realtà ad uso e consumo delle battaglie #metoo.

Quando poi le ragazze vengono picchiate e spinte in giochi sadici, l’ineffabile Madame Claude le rincuora. “è una cosa che ti segna, ma fa parte del lavoro, tra due giorni non ci sarà più niente; una bella doccia, un buon sonno e non se ne parla più”.

Il risultato è un pessimo sceneggiato televisivo, con qualche seno in bella vista, in cui l’erotismo è tuttavia vicino al grado zero.

La santificazione ideologica dell’icona Madame Claude è scoperta e discutibile. Non aiutano di certo battute come “Mi sono resa conto molto presto che la maggior parte degli uomini ci tratta come puttane. Ho deciso di essere la regina delle puttane. Rendere i nostri corpi un’arma e un’armatura, per non subire mai più” o come  “Inserirsi nelle alte sfere fingendo che siamo come loro. Prendere il potere e fotterli dall’internoFotterli dall’interno è la mia specialità“: siamo al ridicolo involontario. E anche oltre.

Poteva mancare il finale a Nizza, sulla promenade, con l’anziana protagonista bor de mer? Ovviamente no.

Modesto l’apporto dell’attrice televisiva Karole Rocher nei panni ottusi della protagonista e di Garance Marillier, molto più convincente nell’horror Raw, rispetto alla Sidonie di questo film.

Del tutto sprecati invece Roschdy Zem, nel ruolo di Jo, l’amico di Madame Claude, che gestisce un bar-cabaret a Montmartre, e Hafsia Herzi (Cous Cous, Mektoub: My Love), in quelli di una delle ragazze.

Andatevi a rivedere American Gigolo o Lo spacciatore, se proprio volete. Persino Le ragazze di Wall Street è più interessante. Ma lasciate perdere le due ore di Madame Claude.

Disastroso e ipocrita.

E tu, cosa ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.