Night Stalker: una docuserie a cui manca… il killer!

Night Stalker **

La California del Sud, nell’area compresa tra Los Angeles e San Francisco, è stata terrorizzata alla metà degli anni ’80 da Richard Ramirez responsabile tra il 1984 ed il 1985 di 13 omicidi e di una cinquantina di crimini di varia natura, tra cui lo stupro di molti bambini ed anziani. Soprannominato The Night Stalker per la sua predilezione per gli assalti notturni è stato non solo uno dei più feroci serial killer americani, ma anche uno dei più imprevedibili, senza uno schema, un’arma definita o un target specifico: un demonio capace di togliere il sonno a milioni di persone.

Night Stalker: caccia ad un serial killer racconta l’indagine che ha portato alla sua cattura in quattro episodi, realizzati da Tiller Russel (The last narc) per Netflix.

Le prime tre puntate si concentrano con dovizia di particolari sulla ricostruzione delle indagini compiute dagli investigatori Gil Carillo e Frank Salerno, alternando il racconto cronologico delle violenze con le testimonianze delle vittime sopravvissute e dei parenti di quelle decedute. Colpisce la sobrietà e la dignità con cui questi racconti trasmettono allo spettatore il peso delle cicatrici che il Night Stalker ha lasciato su ciascuno. Un percorso cupo che, come in una via crucis, ripercorre tutte le stazioni di dolore che il killer ha lasciato dietro di sé, fin sulla soglia dell’ultimo episodio, Manhunt che ripercorre l’identificazione di Ricardo ‘Richard’ Ramirez, il suo disperato tentativo di fuga, la conseguente caccia all’uomo ed infine la cattura, avvenuta nell’Agosto del 1985. C’è spazio anche per i processi e gli anni passati in prigione fino alla morte, avvenuta per un tumore nel 2013. Se il ritmo dei primi tre episodi è cadenzato dal lento scorrere dei giorni e dal susseguirsi delle violenze, una volta scoperta l’identità dello Stalker la scrittura impone una brusca accelerazione. Il serial killer ci viene così presentato sommariamente con immagini di repertorio, poche frasi raccolte in prigione e qualche gesto ad effetto.

L’infanzia e la vita di Ramirez sono descritte troppo brevemente, senza riuscire ad immergere lo spettatore nel suo mondo, senza farci capire cosa c’è stato nel suo passato. Non basta descrivere la sua infanzia come: “Qualsiasi trauma possa vivere un bambino lui l’aveva vissuto”, così come non bastano le foto di qualche donna che ostenta il suo corpo, affascinata dalla personalità del killer, per raccontare gli anni trascorsi in carcere. Ad esempio è completamente omessa l’informazione che Ramirez nel 1996 ha sposato Doreen Lioy o che durante la prigionia si è dedicato alla pittura realizzando quadri, peraltro molto richiesti, proprio come un altro celebre assassino seriale, John Wayne Gracy. Nel racconto del processo occupa poi più tempo la descrizione dell’inadeguatezza degli avvocati difensori, alle prime armi, di quella del dibattimento vero e proprio. La scelta di Tiller Russel è stata quella di non dare troppo spazio al killer, soprattutto per smontare una certa mitologia che lo ha raffigurato negli anni più come un affascinante cantante rock, dallo sguardo agghiacciante e dalla chioma fluente che come uno spietato assassino. Anche per questo il racconto insiste sui tratti fisici spiacevoli di Ramirez, come l’odore pungente e la dentatura rovinata.

Alla fine però quello che manca, in modo assordante, è proprio il mondo del serial killer.

A differenza di altri documentari che hanno cercato di riproporre con un taglio particolare la vita di un assassino seriale, ad esempio passando per le donne che lo hanno amato come nella produzione Amazon Ted Bundy: falling for a killer, qui il Night Stalker è un’assenza che, anche quando finalmente si manifesta, nell’ultimo episodio, non lascia il segno. La psicologia di Ramirez resta sempre fuori dal nostro radar: vengono descritti i molteplici metodi di uccisione e tortura, gli svariati e multiformi indizi che lasciava sistematicamente sulle scene del crimine, il rapporto con il satanismo, ma tutto resta ad un livello superficiale che non ci trasmette mai la sensazione di esserci avvicinati all’essenziale, di esserci spinti fin sull’abisso della sua mente.

Più che sulla personalità del killer la serie vuole concentrarsi invece sul racconto investigativo. Nelle prime puntate e nel corso delle indagini riusciamo ad entrare nel mondo dei due detective, soprattutto in verità di Gil Carrillo di cui conosciamo la famiglia d’origine, gli anni di servizio militare in Vietnam, il difficile rapporto con la moglie durante le indagini. Gil trasuda umanità ed assolve in modo impeccabile al compito del good cop. Più impermeabile il mondo di Frank Salerno di cui si ripete che è “un uomo di business”, intendendo definirlo come più concentrato sul risultato che sulle relazioni. Salerno all’epoca era già una leggenda per aver risolto il caso degli “Strangolatori di Hillside”, una serie di omicidi perpetrati da due cugini, Kenneth Alessio Bianchi ed Angelo Buono. Seguire i due detective ed accompagnarli nelle indagini, con il supporto delle foto d’archivio e di meticolose ricostruzioni delle scene del crimine è un’esperienza cruda che colpisce lo spettatore e che ben trasmette il senso di impotenza, frustrazione e solitudine provato dai due detective durante il loro lavoro.

E’ soprattutto Carrillo ad essere stato quasi ostracizzato dai colleghi per le sue teorie, poi rivelatesi fondate, sull’esistenza di un serial killer responsabile delle molteplici efferate violenze registrate ad L.A. a partire dal mese di Marzo del 1985. La visione non offre però un’esperienza immersiva a livello sociale e nemmeno storico, perché l’attenzione è esclusivamente rivolta alla consequenzialità dei delitti, alle location, alle prove disseminate quasi provocatoriamente. Manca in sostanza la capacità di metterci in un mondo, sia quello dell’assassino sia quello storico: è paradossale, specie se confrontato con quanto riesce a fare una serie che del Night Stalker fa una descrizione parodistica, cioè American Horror Story: 1984.

La docuserie di Tiller perde l’occasione di raccontarci non solo la L.A. degli anni ’80, ma anche e forse soprattutto cosa volesse dire crescere in Texas negli anni ’60 per un bambino ispanico come Ramirez o cosa significava studiare all’Accademia di polizia per un giovane come Gil Carillo, anch’egli appartenente alla comunità ispanica.

Se c’è un tratto che caratterizza questa vicenda rispetto ad altre legate ad assassini seriali è proprio quello etnico: non solo il serial killer e uno dei due detective appartenevano alla stessa comunità, ma anche la cattura di Ramirez avviene in un quartiere a maggioranza ispanica. Dopo decenni di Cultural Studies ci saremmo aspettati che una serie di questo tipo fornisse qualche spunto in più sulla prospettiva interrazziale, specie in un momento storico come quello che stiamo vivendo.

Un tratto presente è sicuramente quello religioso: come The Last Narc si conclude con un riferimento alla volontà di Dio, sullo sfondo di un paesaggio in cui la luce lotta con le tenebre, così anche Night Stalker si conclude con una preghiera che ricorda una per una tutte le vittime, compreso lo stesso Ramirez. La fede in Dio è fondamentale in entrambi i racconti, soprattutto come motivazione e supporto per gli investigatori, Hector Berrellez in The Last Narc e Gil Carrillo in Night Stalker, ma non viene mai esibita o sovraesposta. La pacificazione finale, data dall’accettazione della volontà di Dio, qualunque sia l’esito della vicenda, è distillata come un balsamo sulle cicatrici lasciate, anche nel cuore dello spettatore, dagli orrori raccontati senza alcuna reticenza.

A livello stilistico la serie predilige un taglio narrativo cadenzato dall’attività del serial killer, geolocalizzando gli assalti notturni attraverso ricostruzioni in 3D di Los Angeles e dei quartieri in cui il Night Stalker ha seminato il terrore. Una scelta che ingenera una certa confusione nello spettatore e comunque risulta decisamente asettica. Alternare poi la narrazione con stacchi fiction come la macchina che attraversa la città nel buio della notte o il martello insanguinato che cade a terra, è una prassi consueta che finisce alla lunga per risultare stucchevole ed incrementare la sensazione di un prodotto più adatto ad una buona trasmissione true crime piuttosto che ad una docuserie innovativa.

Titolo originale: Night Stalker: The hunt for a serial killer
Durata media degli episodi: 48 minuti
Numero degli episodi: 6
Distribuzione streaming: Netflix
Genere: Documentary, Crime

Consigliato: a chi è interessato agli aspetti investigativi, non conosce la storia di Ramirez e ama le trasmissioni true crime.

Sconsigliato: a chi è in cerca di introspezione e di un taglio originale: entrambi sono decisamente deboli in questa docuserie.

Visioni parallele: Mindhunter la serie di David Fincher che approfondisce la nascita delle investigazioni sugli assassini seriali grazie all’opera degli agenti dell’FBI Holden Ford e Bill Tench. Due ottime stagioni targate Netflix.

Quanti volessero confrontarsi con la vita di Ramirez possono leggere il libro di Philip Carlo, The Night Stalker: the disturbing life and chilling crimes of Richard Ramirez. Il volume, ad oggi edito solo in lingua inglese, riporta le interviste che l’autore ha potuto fare a Ramirez durante la detenzione a San Quentin e che arricchiscono anni di ricerca sul passato del killer. Nelle edizioni successive alla prima, il volume ha riportato anche numerose lettere delle “Ramirez Groupie” e l’opinione che lo stesso killer si era fatto di loro.

Un’immagine: la macchina che si aggira per la città, tra le tenebre che sembrano quasi inghiottirla. Qualcosa di già visto, come del resto le principali scelte stilistiche compiute dalla produzione.

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