Il talento del calabrone

Il talento del calabrone **

Ci vuole molto coraggio, per pensare e realizzare un film come Il talento del calabrone, lontano anni luce dal nostro cinema di genere, un thriller notturno e telefonico, che sembra ispirarsi a Speed a In linea con l’assassino, a Locke o allo svedese The Guilty, per come ribalta le aspettative nel finale, grazie ad un punto di vista morale.

Dopo aver studiato alla Scuola di Fumetto a Roma e regia alla New York Academy, Giacomo Cimini ha esordito nel 2003 con il dimenticato Red Riding Hood – Cappuccetto rosso e ha dovuto attendere diciassette anni per avere una nuova opportunità.

Se l’è giocata fino in fondo, costruendo un thriller metropolitano, che comincia subito col mettere in chiaro i suoi argomenti: siamo a Milano, l’unica città italiana davvero capace di evocare uno scenario contemporaneo, nella verticalità del suo skyline e nel brulicare ansioso delle sue notti.

Al centro del racconto c’è un dj, Steph, che conduce una trasmissione a microfoni aperti, in una nota radio milanese, con i suoi tormentoni, la sua social media manager, il suo regista che lo aiuta a cavarsela di fronte alle telefonate più complicate.

Solo che ad un certo punto in linea si materializza Carlo, un uomo di mezza età, che chiama dalla sua autovettura e minaccia di uccidersi, se Steph chiuderà la comunicazione.

Dopo aver fatto saltare in aria l’ultimo piano di un grattacielo di fronte alla radio, per mostrare la serietà delle sue intenzioni, comincia un lungo gioco con Steph e con il colonnello Rosa Amedei che nel frattempo ha raggiunto gli studi, per cercare di prendere in mano la situazione ed evitare che la minaccia di nuovi attentati possa realizzarsi, nella lunga notte milanese.

I tentativi di intercettare la chiamata e l’auto su cui gira Carlo non sortiscono alcun effetto, nel frattempo il villain chiede a Steph di far ascoltare una serie di brani di Bach e Beethoven, che servono a lui per prendere tempo e alle forze dell’ordine, per cercare di capire chi si trova all’altro capo del telefono e perchè vuole suicidarsi, facendosi esplodere.

La verità verrà alla luce, un pezzo alla volta, ma è solo alla fine che i motivi di Carlo saranno chiari a Steph come ai suoi ascoltatori.

Giacomo Cimini, che scrive il film con Lorenzo Collalti, ci mette tutto il suo talento per fare un film italiano di genere, che non strizza l’occhio alla commedia, che non devia dal modello con i soliti caratteristi comici, che non la butta in caciara, che cerca di avere uno sguardo severo sulla sua storia e suoi personaggi, e trova un un grande alleato in Sergio Castellitto, assolutamente ispirato e convinto nel ruolo di Carlo.

Calmo, serafico, capace di modulare la voce, l’intonazione, le sue battute, Castellitto dona al film la sua credibilità, la sua misura precisa, nonostante sia inquadrato sempre in primo piano all’interno dell’abitacolo della Panda che gira nella notte.

Il talento del calabrone poggia interamente sulle sue spalle e come un vero Atlante, Castellitto sostiene magnificamente il peso narrativo di un racconto, che magari non inventa nulla, ma che appare inedito, alieno almeno nel panorama di genere italiano.

Il suo è il classico uomo d’ingegno, colto, raffinato, realizzato che il destino ha trasformato in un disperato antisociale, pronto a tutto per cercare la sua vendetta.

Peccato che dall’altra parte del vetro ci sia una Anna Foglietta, tragicamente fuori parte, fin dal suo ingresso in scena in abito rosso da sera, poi adeguato all’occasione con anfibi e fondina d’ordinanza.

La sua Rosa Amedei è incapace di una qualsiasi sfumatura di verità, guarda sempre dalla parte sbagliata, non indovina mai una battuta. La Foglietta è costantemente fuori tono, sgrana gli occhi, apre la bocca, sfodera la semiautomatica, ma non è mai credibile per un solo istante. Lei e il suo assistente in divisa sembrano usciti da una puntata di Don Matteo o del Commissario Rocca, dalla solita rappresentazione delle forze dell’ordine italiane tra il bonario e il ridicolo.

Mentre qui Cimini disegna un personaggio duro, efficiente, implacabile, con tratti anche da fumetto, che non emerge mai.

Ed è purtroppo qui che il film affonda, fin da subito, nello squilibrio assoluto ed evidente tra i due poli del racconto.

Il casting infelice finisce per rovinare anche gli elementi di originalità del film di Cimini, che nel finale trova una sua strada capace di allontanarsi dai clichè di genere e avanza anche una riflessione depalmiana sul ruolo delle immagini, sull’inganno che producono e su come terroristi e criminali siano diventati abilissimi a sfruttarle, non solo per confondere e sviare le indagini, ma anche per accreditarsi, trovare uno spazio d’attenzione, giocando con le aberrazioni del sistema del consenso social.

Un discorso non banale che purtroppo finisce in secondo piano.

Il film avrebbe dovuto uscire in sala il 5 marzo 2020. Ora è su Amazon Prime.

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