Georgetown

Georgetown **

L’esordio alla regia di Christoph Waltz, attore austriaco, istrionico e poliglotta, scoperto e lanciato da Quentin Tarantino a cinquant’anni, è tratto da una storia vera, che ha riempito le cronache dei quotidiani una decina di anni fa, prima di finire al centro di un lungo articolo di Franklin Foer, “The Worst Marriage in Georgetown”, pubblicato dal The New York Times Magazine.

David Auburn, premio Pulitzer e Tony per Proof – La prova, lo ha adattato per lo schermo e Waltz deve aver trovato l’impostore protagonista tanto interessante, da immaginare di dirigerlo, oltre che interpretarlo.

Ulrich Mott è a capo di una ONG chiamata Eminent Persons Group ed è sposato da molti anni con Elsa Brecht, giornalista e socialite di Washington, introdotta nel demi-monde della capitale.

Sono entrambi di origini tedesche, ma tra i due ci sono oltre 40 anni di differenza: Elsa ha 91 anni.

Nella loro casa di Q Street ospitano diplomatici, amici giornalisti e tutti sono ammaliati dai racconti di Ulrich, che è anche un cuoco sopraffino.

Tutti tranne Amanda, la figlia di Elsa, che non si è mai fidata di quell’uomo che si è insinuato nella sua famiglia con modi melliflui e continue menzogne.

Quella stessa notte, dopo la cena, Ulrich uscirà di casa per fare una passeggiata e fumare il sigaro: al suo ritorno troverà Elsa riversa sulle scale, priva di vita.

Pian pian il film ci mostra in parallelo le indagini della polizia, per trovare il colpevole, di quello che finisce per diventare un caso di omicidio, e l’irresistibile ascesa di Ulrich, da stagista di un oscuro senatore dell’Ohio, fino a fondatore di una ONG, che nel suo board aveva premier e finanzieri, passando attraverso le nozze con Elsa.

Il film è il ritratto di un arrampicatore sociale, che dietro i modi gentili e un certo fascino affabulatorio, nasconde un’ambizione smisurata, disposta a oscurare ogni verità, pur di gonfiare il suo ego.

Una volta sistematosi a casa di Elsa, diventerà servizievole come un perfetto maggiordomo, e sarà la moglie a spingerlo, attraverso le sue conoscenze, a mettere in piedi la parte più incredibile e avventurosa del suo inganno.

Dietro il paravento della ONG, Ulrich poteva dare sfogo alla sua passione per la politica estera, di cui aveva comunque una certa conoscenza approfondita, fino a spacciarsi per militare dell’esercito iracheno e portare avanti una fantomatica e mai verificata trattativa con il governo locale, negli anni successivi all’intervento americano, senza averne alcuna legittimità.

Il film si muove in modo piuttosto prevedibile attraverso diversi piani temporali, che il montaggio giustappone, togliendo tuttavia ogni suspense e ogni dubbio, anche grazie al personaggio della figlia Amanda.

Sappiamo subito che fine fa Elsa, sperimentiamo presto le fandonie su cui Ulrich costruisce una rispettabilità tutta posticcia e intuiamo immediatamente anche il colpevole del delitto.

Nella seconda parte Georgetown vira così sul genere processuale, anche qui senza vero mordente.

Per essere un’opera prima, il film manca completamente di urgenza narrativa. La regia è di puro servizio al cast di attori e lo stesso Waltz, finisce schiacciato da un personaggio, che assomiglia più ad uno sciagurato mitomane, che ad un astuto manipolatore.

Purtroppo il film non riesce mai davvero a mostrare i meccanismi sociali e culturali, che consentono al protagonista di portare a termine il suo piano, senza grandi difficoltà e ad assumere uno status del tutto immeritato.

Il suo personaggio rimane ugualmente sfuocato, le sue motivazioni intuibili, ma non dette, la sua identità opaca. Ulrich non ha nè la grandezza di un vero villain, à la Klaus Von Bulow, nè quella di un impostore, come il Barone di Münchhausen.

Si parteggia immediatamente, per il personaggio della figlia Amanda, interpretata da Annette Bening, l’unica che sembra vedere quello che tutti noi vediamo e che inutilmente avverte la madre e poi la polizia dei suoi sospetti.

Waltz tornerà presto come attore in The French Dispatch di Wes Anderson e nel nuovo Bond No Time To Die di Fukunaga.

Forse è meglio che lasci ad altri l’onere della regia e si concentri sui suoi ruoli d’attore.

Deludente.

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