Il buco

Il buco – The Platform **1/2

L’opera prima del quarantacinquenne regista basco Galder Gaztelu-Urrutia, produttore dell’altrettanto inquietante El ataúd de cristal – Glass Coffin, è un horror fantascientifico virato al nero, presentato al Festival di Toronto e poi al Torino Film Festival.

L’inizio è un trionfo d’illusioni: all’interno di un’enorme cucina, lo chef sovrintende scrupolosamente alle diverse preparazioni, in un trionfo di carni, di creme, di colori.

Un occhio si apre. E’ quello di Goreng, il protagonista di questa storia, che per sei mesi ha deciso di offrirsi volontario, in cambio di un attestato, per La fossa, una sorta di prigione verticale di cemento armato. Due uomini per ogni piano, un letto ciascuno, servizi spartani, un grande buco rettangolare al centro. Nessun sa quanti piani contiene. Ciascuno può portare all’interno un solo oggetto a sua scelta, Goreng ha scelto il Don Chisciotte di Cervantes.

Siamo al trentatreesimo piano e di fronte al protagonista c’è l’anziano Trimagasi, che pian piano gli spiega meccanismi e segreti de La fossa: il grande buco al centro serve a far passare il grande tavolo imbandito che trasporta il cibo e che si ferme solo due minuti per piano, consentendo a ciascuno di nutrirsi solo in quel momento. Nessuno può tenere nulla con sè, pena il congelamento o la carbonizzazione della cella, ciascuno mangia gli avanzi di quelli che stanno sopra.

Il trentatreesimo piano è un ottimo livello. Ma cosa succederà alla fine del mese, quando un gas invisibile li farà addormentare per farli risvegliare in un altro piano?

Metafora cruda e affascinante della lotta di classe e di una scala sociale impazzita, che non si può più percorrere, ma in cui si ritrova a rinascere, ogni mese in un punto diverso, Il buco è un horror sociale e politico, in cui il gioco formale e l’idea narrativa rappresentano una condizione essenziale e ineludibile, un po’ come avveniva nell’altrettanto simbolico Snowpiercer, che si muoveva in orizzontale lungo le cabine di un treno in movimento e non in verticale, come in questo caso.

E’ la sua forza e un po’ il suo limite, perchè non è solo l’idea concentrazionaria a guidare la narrazione, ma è il suo meccanismo chiuso, che difficilmente ammette vie d’uscita.

Così le suggestioni distopiche, indubbiamente inquietanti, e le invenzioni di messa in scena e scenografiche, altrettanto forti, cedono il passo ad un epilogo meno centrato, più simbolico che realmente efficace. Esattamente come accade peraltro nel film di Bong Joon ho, che, si perde per strada e non riesce a chiudere, come invece nel magnifico Parasite.

Naturalmente i due protagonisti de Il buco non si limiteranno ad aspettare Godot, nelle forme di un’imminente liberazione, ma si troveranno ad affrontare momenti diversi: dall’arrivo di una donna misteriosa, che cerca sua figlia, alle crudeltà dei piani bassi, in cui il motto hobbesiano, homo homini lupus non è mai stato così vero.

Per questo molti dei reclusi hanno portato con sè un’arma: la cultura, rappresentata dal libro di Cervantes, non serve a molto, quando la situazione si fa complicata e l’unico imperativo è sopravvivere, alla fame propria e alla ferocia altrui.

Il film di Gaztelu-Urrutia suggerisce una via d’uscita, ma è sufficientemente onesto per ammetterne le difficoltà enormi e spesso insormontabili. L’idea di una più equa distribuzione delle risorse, dall’alto verso il basso è il cuore del problema, ma l’egoismo connaturato all’esistenza di ciascuno è il suo contraltare e anche la sua via d’uscita. Perchè nessuno organizzerà dall’alto una gestione più razionale, ma sta a ciascuno fare una scelta e prendere l’iniziativa.

L’idea originale è di David Desola, che aveva scritto la prima sceneggiatura di stampo molto teatrale con Pedro Rivero. Poi il regista ci ha lavorato su per dargli una forma più adatta alla messa in scena cinematografica.

La scelta di due protagonisti che vengono dalla commedia come Ivan Massagué (Il labirinto del fauno) e Antonia San Juan (Tutto su mia madre), ha certamente aiutato ad evitare che il film rimanesse troppo ostaggio della sua oscurità, ma sposasse anche un tono surreale, capace di bilanciare i momenti decisamente horror. Ma il migliore è certamente l’anziano Zorion Eguileor, nella parte di Trimagasi, placido e irresistibile compagno di cella, con il suo coltello ‘samurai plus’ e la saggezza di chi ha visto già tutto e conosce quasi tutte le risposte: “è ovvio“, è la sua battuta tormentone.

Il buco è certamente un esordio da tenere d’occhio, nella sua forza soffocante: fa le domande giuste e prova anche a dare qualche risposta. Per un piccolo film di genere, non è cosa da poco.

Promettente.

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