Queen & Slim

Queen & Slim **1/2

“Why do black people always have to be excellent?
Why can’t we just be normal?”

Tutto comincia una sera a cena, in un diner qualunque di Cleveland, Ohio: lui, Ernest, fa il cassiere di supermercato, mangia rumorosamente e con voracità. Lei, Angela, è un’avvocato ‘eccellente’, che ha avuto una giornataccia.

Probabilmente è una app ad averli fatti incontrare, ma non potrebbero essere più distanti, per cultura, ambizione, desideri: sembrano quasi parlare una lingua straniera. Persino la musica che ascoltano è diversa: difficile immaginare un secondo appuntamento.

Quando lui la riaccompagna a casa, un’auto della polizia li ferma senza motivo. Il poliziotto va ben oltre il controllo di routine e sadicamente estrae la pistola per arrestare Ernest, senza motivo alcuno. Angela scende dall’auto per protestare e viene colpita da un colpo ad una gamba. Nella colluttazione che segue, Ernest finisce per sparare in pieno petto al poliziotto.

I due sono così costretti alla fuga, nonostante la legittima difesa e le attenuanti del caso. Ma sono due giovani di colore e hanno ucciso un poliziotto bianco. Non hanno chance.

La fuga li porterà ad attraversare verticalmente gli Stati Uniti fino in Florida, verso un approdo impossibile a Cuba.

Tanti, soprattutto negli Stati Uniti, hanno accostato il film d’esordio della regista di origini cubane, Melina Matsoukas a Bonnie & Clyde, ma con la banda Barrow, Queen & Slim non hanno nulla che vedere. Non sono climinali, non rapinano banche, non cercano una morte giovane, vivendo pericolosamente, ma tutto l’opposto. Sono due personaggi che cercano di sopravvivere, costretti a fare i conti con la propria colpa, con al violenza della polizia e con il razzismo sadico che ancora la infesta.

La loro odissea, se proprio vogliamo trovargli un antecedente cinematografico competente, assomiglia a quella di Thelma & Louise o a quella di Se la strada potesse parlare: anche per loro si tratta di una scelta subita e non voluta, necessitata dagli eventi, dallo shock, dal senso di colpa e dal desiderio di sopravvivere, nonostante tutto, per sottrarsi ad un destino che sembra sempre essere un passo davanti a loro.

La Matsoukas, che ha una lunga carriera nei video musicali con Beyoncé soprattutto, ma anche con Rihanna, Katy Perry, Calvin Harris e in un paio di recenti serie tv, Master of None e Insecure, sceglie un film militante, che guarda tanto al padre spirituale Spike Lee quanto ai fratelli della new wave: Barry Jenkins, Jordan Peele, il primo Ryan Coogler, Steve McQueen e Nate Parker.

Proprio con American Skin di quest’ultimo condivide l’episodio iniziale, quello del controllo di polizia di routine, degenerato in una sparatoria, che è tuttavia diventato un topos narrativo tanto ricorrente da comparire anche ne Il Corriere di Eastwood.

Il film non cerca una verità manichea, accompagna la fuga di due giovani, con una serie di digressioni, di note a piè pagina, che scalfiscono le sicurezze dello spettatore militante, anche con ironia e contraddizioni: i poliziotti bianchi non sono tutti sadici razzisti, la solidarietà con i due fuggitivi non è solo esclusiva della comunità black, il video che mostra il loro gesto di difesa diventa un simbolo di protesta, ma non può giustificare la scelta della violenza a sangue freddo di un ragazzino, che sembra imitarli, dopo averli incontrati.

Queen & Slim è un film pieno di squilibri, di cadute di tono, fin troppo lungo nel raccontare un viaggio che avrebbe guadagnato da una maggiore compattezza, ma cerca quantomeno di essere onesto nella rappresentazione di un’America di provincia, rurale, desolata e spoglia.

Eppure alla Matsoukas non sembra davvero interessare il grande paesaggio americano, nonostante scelga un road movie, ovvero la rappresentazione moderna del mito del viaggio e della Frontiera.

Il suo sguardo soffre di qualche vezzo da videoclip, di qualche scelta troppo ad effetto, come nel montaggio parallelo della manifestazione di supporto ai due fuggitivi e del sesso che finalmente unisce Angela e Ernest, in un parcheggio appartato, vicino ad un cimitero.

La Matsoukas non riesce quasi mai a trascendere poeticamente l’elemento politico e programmatico, tantomeno nelle sue svisate di stile e nelle alternanze di tono. Ma c’è una tenerezza struggente che finisce per legare i due protagonisti, che tappa dopo tappa, pur increduli della solidarietà trasversale che li protegge e li accompagna, comprendono di non poter fare a meno l’uno dell’altra.

Soprattutto la quasi inedita Jodie Turner-Smith è capace di uno sguardo che porta si di sè la fatica di una vita tragica e il riscatto di chi pensava di aver evitato con la cultura, con lo studio, con la determinazione tutte le insidie sociali e culturali sul suo cammino.  Quando invece si ritrova immersa in quell’incubo, tutte le sue contraddizioni e le sue paure tornano ad esplodere.

Tuttavia i problemi più evidenti sono nella sceneggiatura di Lena Waithe, che dosa in modo poco equilibrato il peso dei comprimari, accentuandone alcuni e alleggerendone altri, fino a renderli semplici comparse. Le linee narrative si slabbrano poi in una teoria di finali, che sembrano voler amplificare il senso di un film, già assolutamente chiaro, a cui avrebbe invece giovato una maggiore concentrazione e un diverso rigore drammatico. Ma Matsoukas e Waithe sono forse troppo sicure di sè, delle proprie buone intenzioni, dell’efficacia della parabola disegnata in sede di scrittura, per comprenderlo davvero.

Resta il loro impeto narrativo, l’urgenza di fare i conti ancora una volta con l’impossibile normalità di una coppia di colore e con la violenza istituzionalizzata e razzista, che inquina ogni possibilità di convivenza.

Ombre e luci.

In Italia dal 16 aprile 2020, dopo il debutto al Torino Film Festival.

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