Cannes 2018. Wildlife

Wildlife ***

Il debutto alla regia di Paul Dano, tratto dal romanzo Incendi di Richard Ford, ha attraversato sottotraccia tutto l’ultimo anno: la prima proiezione al Sundance a gennaio, poi l’apertura della Semaine de la Critique a Cannes a maggio, quindi il premio per il miglior film al Torino Film Festival a dicembre.

Nel frattempo l’uscita autunnale negli Stati Uniti non ha trovato lo stesso unanime consenso ed è un peccato, perchè Wildlife è ritratto familiare minimo, ambientato nell’america del 1960, che restituisce perfettamente le atmosfere rarefatte e le malinconie laceranti della prosa di Ford e ci fa scoprire un regista maturo, controllatissimo e un direttore d’attori formidabile.

Siamo nel Montana dove i coniugi Brinson si sono trasferiti da poco. Vengono dal Nord Ovest, dallo stato di Washington: Jerry, un ex golfista, senza talento sufficiente per una carriere professionista, lavora al country club locale, mentre Jeanette si occupa della casa e della famiglia. Il figlio Joe, adolescente coscienzioso e con la testa sulle spalle, è il vero protagonista di questa storia.

Sono i suoi occhi a farci da guida nel piccolo microcosmo locale. Quando il padre Jerry perde improvvisamente il lavoro entra in una spirale depressiva che lo spingerà ad arruolarsi tra i pompieri volontari impegnati a spegnere un grande incendio che sta bruciando le montagne fuori città.

La madre Jean invece ricomincerà a lavorare, come maestra di nuoto allo YMCA. Qui conoscerà l’anziano Mr.Miller, un anziano imprenditore che gestisce una concessionaria. Mentre Jerry è lontano, cambieranno molte cose nella vita dei Brinson.

Immerso nella luce netta e nella fotografia poetica ed impressionista di Diego García, che molto deve al lavoro di Hopper e ai suoi paesaggi urbani e naturali, che restituiscono lo stesso senso di solitudine disgregante, Wildlife usa magnificamente i pochi elementi narrativi a sua disposizione, con una sapienza ammirevole.

E’ interessante come all’interno del nucleo familiare piccolo borghese dei Brinson, le difficoltà lavorative ed economiche diventino non solo un elemento disgregante e di malessere condiviso, ma anche un segnale che mina l’identità personale di ciascuno, così fragilmente costruita.

A certificarlo anche gli elementi naturali del fuoco e dell’acqua che Dano utilizza, per allontanano i due protagonisti adulti anche simbolicamente.

Se Jake Gyllenhaal e Carey Mulligan sono tra i migliori interpreti della loro generazione e ancora una volta confermano il loro talento sopraffino e le loro qualità di interpreti, entrando sotto la pelle dei loro personaggi, il giovanissimo australiano Ed Oxenbould, già visto in The Visit di Shyamalan è sorprendente ed ipnotico.

Il film è costruito tutto sul suo sguardo, sulle sue reazioni, ed è il suo ruolo quello decisivo per dare credibilità e spessore ad un racconto minimo, ordinario, ma connesso alla lunga tradizione, non solo cinematografica, del dramma chiuso nelle quattro pareti della classica famiglia americana, stretta tra il sogno americano rinnovato dal mito kennediano negli anni ’60 e la perdita di ogni innocenza, che di lì a poco avrebbe travolto la vita pubblica e quella privata.

Il film di Paul Dano, scritto assieme alla compagna, Zoe Kazan, è il ritratto di una felicità impossibile da raggiungere, di cui si può solo conservare un’immagine ingannevole, che il tempo renderà ancor più falsa e malinconica.

Dano sembra aver fatto tesoro del lavoro dei registi con cui ha lavorato: dal realismo di Linklater, alla capacità di raccontare l’animo americano di Paul Thomas Anderson, dal peso incomprensibile del destino di Villeneuve, fino alla perfezione compositiva di Steve McQueen.

Il suo è certamente uno dei pochi debutti veramente necessari della stagione.

Inedito in Italia. Da recuperare assolutamente.

 

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