Venezia 67: terzo giorno

I baci mai dati di Roberta Torre *1/2

E’ la storia di un miracolo, quella del nuovo film di Roberta Torre. In un quartiere periferico di Catania, vive una famiglia disfunzionale: padre, allenatore di calcio fallito, madre, casalinga disperata, due figlie adolescenti dal carattere opposto. La loro vita sarà stravolta perchè Manuela, la ragazza più piccola, è apparsa, forse, la madonna.

Seguirà un carosello di questuanti in cerca di consigli e desideri, che la ragazzina non potrà esaudire… anche se…

Nel film, c’è pure spazio per una parrucchiera cartomante, interpretata con il solito gusto da Piera degli Esposti: non c’entra nulla col film, ma dà un tocco di colore alla Almodovar prima maniera.

L’idea del miracolo è curiosa, ma era già al centro di un film di Winspeare; la metafora è divertente, ma già risaputa.

Nel frullato della Torre non tutti gli ingredienti sono originali e ben usati. Ne viene fuori un film mediocre, che nulla aggiunge alla sua carriera pop, cominciata dal felice Tano da Morire.

 

Gorbaciof di Stefano Incerti **1/2

Peccato che questo ritratto di un borghese piccolo piccolo, legato tanto al parastato, quanto alla criminalità del gioco d’azzardo, si chiuda con un colpo di pistola mal assestato.

Perchè il film di Incerti su Pacileo, ragioniere del carcere di Poggioreale – chiamato da tutti Gorbaciof, a causa di una voglia sulla fronte – ha intuizioni felici ed una notevole economia espressiva.

Il copione proposto da Incerti a Servillo diversi anni fa, è stato asciugato sino all’astrazione, grazie ai consigli dell’attore napoletano, che qui ci consegna un’altra interpretazione maiuscola.

Nella prima mezz’ora l’indiscusso protagonista pronuncia una sola battuta ed anche in seguito il suo linguaggio è fatto soprattutto di sguardi, di gesti inequivocabili, di silenzi: persino con la giovane cinese, di cui si è innamorato e con cui vorrebbe fuggire, la comunicazione è essenziale: lei non capisce l’italiano, lui non parla il cinese.

Pacileo ha il vizio del gioco, che sembra l’unica sua ragione di vita. Finito il monotono lavoro in carcere, nessuno lo aspetta a casa, nessuno sembra notarlo, nessuno lo chiama o si preoccupa per lui.

Gli unici contatti umani sono quelli con i giocatori di poker con cui gioca nel retrobottega di un ristorante cinese e con un collega della polizia penitenziaria, che si offre di coprire i suoi ammanchi ad un prezzo sempre più alto.

Gorbaciof è un piccolo travet che compie il passo più lungo della gamba: un solitario abitudinario che vede la sua routine travolta da un occasione, da una possibilità improvvisa ed inaspettata di condividere la sua singolarità.

Ma anche qui, come ne Le conseguenze dell’amore, sarà un’illusione destinata a durare poco.

Memorabili i due appuntamenti di Pacileo con la ragazza cinese: a Capodichino ed in un zoo notturno.

Servillo, come sempre, insuperabile.

Happy Few di Anthony Cordier **

Difficile capire cosa avesse in mente il regista francese, quando ha deciso di mettere in scena questa storia di due coppie, che dopo essersi conosciute, per caso, decidono di scambiarsi i rispettivi partner, in un rapporto di libertà sentimentale e sessuale, nel quale non vi sono regole prestabilite, né relazioni privilegiate.

I figli cominceranno a capire qualcosa, ma l’unica cosa che scalfisce l’apparente serenità di una relazione a quattro è una bugia, che sembra aver minato, sin dall’inizio, l’incontro tra le coppie.

Come spesso succede l’innamoramento accende la passione dei sensi, ma si giova anche di una liberatoria regressione adolescenziale nei rapporti interpersonali.

Le coppie torneranno al menage ordinario, dopo aver scoperto che in fondo un tradimento originario aveva generato l’idea di duplicarlo nei rispettivi compagni.

Il rimpianto per i “giorni felici”assieme resterà forte.

Cordier forse vuole fare un’apologia dell’infedeltà coniugale? Vuole rinverdire, duplicandolo, l’interrogativo che già animava Jules e Jim? O solo affermare che è possibile amare due uomini o due donne contemporaneamente, gestendo anche il menage familiare e lavorativo?

Vuole destrutturare la famiglia tradizionale, o riaffermarne il modello come l’unico possibile, pur nel rimpianto di altre forme?

Il tema è però un po’ troppo evanescente e quello che sembra mancare, in mezzo ai corpi dei quattro protagonisti, è la passione. Le loro scelte sembrano solo un modo per sfuggire la noia di un rapporto maturo, prive di una qualsiasi vera emozione. Anche il tradimento è cerebrale, glaciale, programmato con il planning settimanale.

Così il rientro nei binari tradizionali diventa inevitabile: non c’è dolore, in Happy Few, non c’è verità, non c’è passione.

Rimane un esercizio di stile, un po’ sterile e col fiato corto…

Somewhere di Sofia Coppola **

Atteso come il film che avrebbe potuto unire glamour e qualità, hollywood e indipendenti, america e vecchia europa, nella serata più attesa del festival, Somewhere di Sofia Coppola si è rivelato sostanzialmente una delusione.

E’ il racconto di una settimana della vita di Johnny Marco, divo d’azione, che abbandonate moglie e figlia, vive nelle stanze dello Chateau Marmont di Los Angeles, tra lap-dance, videogiochi, sesso con le vicine, party improvvisati e routine promozionale per l’ultimo film.

Siamo ancora dalle parti di Lost in translation: attori solitari, stanze d’albergo, inquietudini e noia.

Ma mentre allora c’era la grande umanità di Bill Murray a trasformare un semplice ritratto d’attore in una profonda e divertita riflessione esistenziale - con il divo in declino invitato a condividere la solitudine di una ragazza, persa nelle stranezze di una capitale straniera - qui il racconto della redenzione in extremis del divo, da una vita fatta di occasioni vuote e Ferrari nere, avviene un po’ moralisticamente grazie alla figlia Cleo, che la madre affida a Johnny per alcuni giorni, prima del campeggio estivo.

La ragazza accompagna il padre nelle sue giornate surreali ed in fondo profondamente noiose, compresa una improbabile premiazione a Milano, che unisce all’umorismo acidulo sulla nostra televisione, il lusso sfrenato delle suite con piscina.

Mentre le amanti di Johnny continuano ad attendere.

La Coppola però ritorna sui temi del film che l’ha resa famosa, senza avere molte idee, riempiendo Somewhere di silenzi e di ripetizioni che vorrebbero essere esemplari e metaforici, ma risultano spesso solo ridondandi: come quei giri infiniti sulla Ferrari all’inizio o come i numeri di lap-dance.

Stranamente il montaggio è privo di ritmo e persino le musiche sembrano fuori fase: il gusto sopraffino e la misura, che sembravano condurre sapientemente la sua macchina da presa nei film precedenti, sembrano improvvisamente dimenticati.

Ed anche lo sguardo originalissimo, che il suo occhio posava sull’adolescenza, trasformando le sue ragazzine in protagoniste inconsapevoli e perdenti di un destino spesso più grande di loro, qui è fuori fuoco.

Elle Fanning è bravissima e di una solare simpatia, sembra spesso improvvisare con Stephen Dorff, ma la Coppola la lascia sullo sfondo, come se non riuscisse ad affidare a lei il cuore del film: mero strumento di una “conversione” davvero improbabile e mai personaggio a tutto tondo.

Questa volta Sofia è più vicina ai silenzi di Johnny, in cui forse confluiscono ricordi personali ed esperienze familiari dolorose.

La sua parabola è però troppo scontata e facile: fare un film sul mondo dorato e vuoto delle stelle del cinema, che si redimono dalla loro superficialità riscoprendo famiglia e figli, è un messaggio un po’ semplicistico che non ci saremmo aspettati da una Coppola.

Forse Sofia, prima di mettersi all’opera, avrebbe fatto meglio a rivedersi il travolgente Tetro, girato dal padre Francis poco più di un anno fa: quanta più verità in quel racconto di una vita d’artista!

E che originalità: mentre il padre sembra tornato alla libertà curiosa di un debuttante, la figlia sperimenta l’impasse creativo e la maniera, tipici della maturità.

Curiosi paradossi familiari…

Reign of Assassins di John Woo e Su Chao Pin **

Con sapiente maestria e senso del timing Marco Mueller ha consegnato, assieme a Tsui Hark e Quentin Tarantino, il Leone d’oro alla carriera a John Woo.

Il maestro di Hong Kong, capace con le sue opere di aprire all’industria della colonia inglese le porte del mercato occidentale, ha ritirato commosso il premio ringraziando la sua poverissima famiglia cristiana, costretta a rifugiarsi dalla mainland sull’isola per scampare alle persecuzioni della Cina di Mao.

Accolto dall’ovazione preventiva del pubblico, è stato poi proiettato Reign of Assassins, che Woo ha prodotto e che ha supervisionato al montaggio, probabilmente più nella parte iniziale, che risente molto del suo stile fatto di continue sovrapposizioni e carrelli sull’asse che accompagnano i personaggi in perpetuo movimento.

Il film è un wuxia abbastanza ordinario, nel quale si combatte per i misteriosi resti di un monaco, che pare possedesse il segreto del kung fu.

Una setta segreta è sulle tracce di una giovane che l’ha trafugato ed ha poi cambiato sembianze, per ricominciare una vita senza violenza.

La cerca anche il figlio del ministro, a cui lei ha sottratto le spoglie, anch’egli costretto a cambiare aspetto, per perseguire la sua vendetta.

Il super cattivo è un eunuco, che spera di carpire dalla salma il segreto per rigenerare gli organi e ritrovare la pienezza di se.

La trama come vedete è quanto di più inverosimile possa inventarsi.

Il tema del cambio di volto era al centro di un capolavori di Woo, quel Face Off, che ha segnato il vertice della sua carriera americana.

Qui però il tema è banalizzato e serve solo per giustificare un buco di sceneggiatura.

Ci si annoia un po’ nelle due ore di Reign of Assassins: non basta l’eleganza dei combattimenti ed il tocco di Woo al montaggio. Niente colombe e niente nuove idee in questo film di routine, che nulla aggiunge alla carriera di Woo e che forse serve solo per ammirare Michelle Yeoh. Nonostante gli anni è ancora una forza della natura.

Inutile.

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  3. [...] acquatiche di Steve Zissou, Il treno per il Darjeeling e per Moonrise Kingdom e produttore di Somewhere della sorella Sofia, in A Glimpse Inside the Mind of Charles Swan III racconta di uno scrittore [...]

  4. [...] Ancora una riflessione sulla celebrità e sul vuoto hollywoodiano, dopo Lost in translation e Somewhere. [...]



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